Freno ai localismi/ Sulla Sanità la rivincita dello Stato

Venerdì 3 Aprile 2020 di
Ieri, in Lombardia, ci sono state non poche polemiche: fra alcuni sindaci e il presidente della Regione; fra lo stesso presidente e il governo nazionale, in particolare con il ministro Boccia. Esse hanno riguardato l’emergenza sanitaria: le scelte che sono state fatte e vengono fatte.
E soprattutto le responsabilità - strategiche, operative e finanziarie - dei diversi livelli di governo e il loro concreto esercizio in questi giorni. Ci sarà tempo per le valutazioni delle scelte e dei comportamenti. 
Tuttavia, è possibile qualche riflessione generale. L’Italia di questi giorni sta mostrando alcuni dei suoi volti migliori: la dedizione del personale sanitario e dell’assistenza (anche sociale); l’accettazione piuttosto diffusa di regole draconiane; lo spirito di coesione nazionale, testimoniato ad esempio dalla straordinaria risposta di medici ed infermieri alla chiamata nelle zone più calde. Ma anche alcuni dei suoi problemi più profondi: l’inadeguatezza delle reti e dei servizi sanitari e la conseguente difficoltà a tutelare la salute e la vita di troppi cittadini; la confusione dei poteri e delle responsabilità: questioni fra loro connesse. Le ha toccate nel suo intervento di ieri su queste colonne Cesare Mirabelli, già Presidente della Corte Costituzionale, sottolineando che «esiste una dimensione dei problemi che richiede l’esercizio di poteri unitari da parte dello Stato», e riflettendo sulle «“modalità dell’attuazione che ne è stata data con la riforma costituzionale del 2001».

E’ il caso proprio dell’organizzazione e della gestione della sanità. Materia sulla quale, non lo si dimentichi, si è stati davvero ad un soffio dal concedere solo un anno fa ulteriori rilevanti forme di autonomia ad alcune regioni, differenziate rispetto alle altre; fra le altre, relative a: disegno del sistema e dei servizi, fabbisogni di personale, formazione specialistica, equivalenza terapeutica dei medicinali, fondi integrativi per il finanziamento, programmazione degli investimenti edilizi e tecnologici. Con il conseguente ulteriore indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, con una sua ulteriore frammentazione.

E’ il caso di riprendere quella discussione, ma partendo da un punto di partenza molto diverso: non dai desideri di potere degli amministratori regionali ma dai diritti dei cittadini. Dall’articolo 32 della Costituzione: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. E’ la Repubblica Italiana che deve farlo; e nei confronti di tutti i cittadini. Ha provato a farlo con decisione con l’istituzione nel 1978 del Servizio Sanitario Nazionale. Ma non sembra essere quel che accade oggi, nell’attuale assetto dei poteri. Non si tratta solo dell’inaccettabile, crescente, divario territoriale nell’elementare diritto alla salute e alla vita. Molte regioni del Sud si sono dimostrate inadeguate a garantirlo: certo per squilibri nei finanziamenti e forti divari nelle dotazioni, aggravati entrambi negli ultimi anni; ma anche per l’uso del potere per fini di consenso politico, per incapacità strategica a disegnare e realizzare un efficace sistema sanitario.

Si tratta anche delle differenze, che balzano agli occhi in questi giorni, fra le regioni che si autodefiniscono “virtuose”: nel bilanciamento fra strutture pubbliche e private, nell’organizzazione fra ospedali e presidi territoriali; nelle evidenti criticità. In tutti questi casi parliamo di grandi scelte politiche, in diretta attuazione del dettato costituzionale: è opportuno che ci siano venti strategie sanitarie diverse? E’ opportuno che ci siano venti sistemi indipendenti? E’ bene per i cittadini che si pensi esclusivamente in chiave regionale? E ancora: chi, come e quando fa rispettare l’articolo 120 della Costituzione per il quale “il Governo può sostituirsi ad organi delle Regioni (..) in caso (..) di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica, e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (..)”? La tremenda crisi che stiamo vivendo fa balzare agli occhi i costi del nostro attuale assetto, in termini di uniformità dei diritti, e quindi di equità sostanziale; e di coordinamento delle reti e dei servizi, e quindi di efficienza ed efficacia del sistema.

E’ opportuno un ripensamento attento di come funziona l’Italia, nell’interesse dei suoi cittadini, e non dei suoi amministratori. Non è affatto detto che ciò che è bene per la Regione Lombardia sia bene per i Lombardi, cioè che è bene per la Regione Calabria sia bene per i Calabresi. Non si tratta di rispolverare nostalgie per antichi centralismi, in un paese in cui troppe amministrazioni statali sono poco efficaci; né di immaginare pianificazioni centrali di dettaglio; è bene che, in un paese così diverso, i livelli di governo più vicini ai cittadini intervengano nell’amministrazione, nella gestione, nelle scelte attuative. Il nodo è affrontare le questioni politiche al livello più adeguato, che è quello nazionale: sia le grandi scelte di modelli e organizzazione, sia la definizione dei meccanismi di coordinamento e di integrazione, verticale fra Stato, Regioni ed enti locali, ed orizzontale, fra i diversi territori. La vera sfida di questa crisi, superata auspicabilmente l’emergenza sanitaria più acuta, sarà proprio quella di ripensare ad un paese con troppe disuguaglianze, troppi particolarismi, troppe inefficienze; e progressivamente, porvi rimedio.
Ultimo aggiornamento: 00:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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