Gianfranco Viesti
Gianfranco Viesti

Discontinuità/Autonomia, la nuova trappola da evitare

Martedì 20 Agosto 2019 di Gianfranco Viesti
Chissà che non abbiano contato anche le sorti dello “spacca-Italia” (le autonomie differenziate) nel determinare la crisi di governo.

L’approvazione delle richieste regionali, così come inizialmente formulate, era diventata assai più dubbia dopo le prese di posizione dei 5 Stelle; in particolare con i paletti assai precisi posti da Di Maio a Napoli a fine luglio: no ai meccanismi finanziari, e alla regionalizzazione di istruzione e infrastrutture. Non va mai dimenticato: le autonomie differenziate sono il cardine dei programmi leghisti (non a caso l’unico punto “prioritario” del contratto di governo); il coronamento di trent’anni di lotta politica, con un profondo ridisegno del Paese e la realizzazione di vere e proprie regioni-stato, finanziariamente indipendenti, al Nord.

E ora? Che cosa potrebbe accadere se dovesse concretizzarsi un governo sostenuto da M5S e Pd? C’è un rischio evidente. Quello che siano i Democratici (finora silenti sul tema) ad intestarsi la battaglia. Nel solco delle scelte del 2001, con l’affrettata approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione; e del 2018, con la Pre-Intesa siglata da Bressa a nome del governo Gentiloni, che ha aperto un’autostrada alle rivendicazioni delle regioni del Nord.

Magari per dare una mano all’uscente giunta emiliano-romagnola in vista delle elezioni regionali, presentando le sue richieste come un accettabile compromesso. Così non è, come evidente a chiunque le analizzi, data la loro notevole estensione e la replicabilitá per altre regioni.
Da dove ripartire allora? Aiutano le parole di Romano Prodi pubblicate su queste colonne l’altro ieri: le autonomie “non possono essere lasciate all’iniziativa di alcune Regioni”, debbono coinvolgere “tutti gli italiani come veri protagonisti”.

Che cosa può significare concretamente? In primo luogo portare progressivamente a termine il cantiere del federalismo fiscale, aperto da dieci anni, anche superando le norme di emergenza degli anni peggiori della crisi. Rimettere mano al finanziamento dei Comuni (tema caro ai 5 Stelle), rimediando alle grandi iniquità e distorsioni oggi esistenti, principalmente a danno di quelli più poveri. Costruire quello delle Regioni, attraverso la definizione dei diritti fondamentali di tutti i cittadini (i “livelli essenziali delle prestazioni”) e meccanismi di riparto delle risorse che consentano di garantirli; abbandonando la “spesa storica” a favore di più equi indicatori di fabbisogno. Questo, ridando protagonismo anche ai cittadini: con un processo decisionale trasparente, fuori dalle “chiuse stanze” dei tecnici (di parte): che faccia ben comprendere che cosa c’è in gioco. Trovando soluzioni che contemperino, come si diceva un tempo, meriti (l’efficienza e la responsabilità degli amministratori) e bisogni (i diritti dei cittadini).
In secondo luogo rivedendo pazientemente i confini fra Stato e Regioni, nell’attuazione delle politiche pubbliche per le tante competenze concorrenti previste dell’articolo 117 della Costituzione. Accettando, se è il caso, alcune delle proposte di decentramento amministrativo: ma per tutte le regioni. Prevedendo anche, se è il caso, ma solo in materie specifiche ben motivate, forme di differenziazione ai sensi dell’articolo 116. 

E poi, affrontando alcuni grandi nodi di fondo. Quello delle regioni a statuto speciale e province autonome. Alla radice dell’autonomismo Veneto vi è anche la prossimità al Friuli e al Trentino, e la percezione di ingiustificate disparità (la spesa pubblica per uno studente trentino è del 70% maggiore rispetto ad uno veneto). Hanno ancora senso, a tanti decenni dalla loro istituzione? Se si ritiene di sì, occorre pazientemente lavorare perché autonomia non significhi privilegio, ingiustificate disparità fra cittadini. Quello di Roma, vera e propria città-regione che merita - anche per il suo rilancio - poteri e competenze ben oltre quelli di un semplice comune. Soprattutto, quello del Sud: possibile motore di un rilancio dell’economia nazionale. Va ripresa e posta al centro dell’attenzione politica una delle previsioni volutamente dimenticate della legge 42 sul federalismo fiscale: la perequazione infrastrutturale. Non bastano norme eque sul finanziamento di Comuni e Regioni per garantire uguali servizi per cittadini e imprese se i divari strutturali sono ampi come in Italia. Si pensi alla sanità: non è solo cattiva organizzazione, o peggio clientelismo o malaffare. Le norme dell’ultimo ventennio, e poi i Piani di rientro, hanno scavato un solco fra la sanità del Nord e del Sud in termini di strutture, servizi territoriali, personale, che la migliore amministrazione probabilmente non potrà mai colmare; non riuscendo così ad impedire quelle migrazioni sanitarie che scavano ancor più il solco. A questo riequilibrio, senza sottrarre un euro alle regioni in migliori condizioni, dovrebbero con forza e tenacia volgersi le politiche di investimenti pubblici per la coesione territoriale 
Si, questo dovrebbe essere il segno di un futuro governo (ammesso che nasca quello giallo-rosso) assai diverso da quello che sembra uscente: raccontare agli italiani che il futuro non è in piccole patrie regionali in lotta per i soldi, ma in un disegno di riequilibrio e rilancio dell’intero paese, capace di coniugare meriti e bisogni. Mettendo Roma al centro di tutto.

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