Gianfranco Viesti
Gianfranco Viesti

Il ruolo Capitale/ L’inaccettabile “baratto” con l’autonomia

Domenica 21 Aprile 2019 di Gianfranco Viesti
Grande è la confusione, ma grandi restano i pericoli sul fronte delle richieste di autonomia regionale differenziata.
Una richiesta che riguarda Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Da un lato la dichiarazione politica di Lega e Cinquestelle di voler portare a termine il processo; in periodo elettorale, la Lega ha necessità di inviare un segnale al suo elettorato del Nord-Est per tranquillizzarlo, e il Movimento acconsente. Dall’altro le dichiarazioni del ministro Tria in Commissione Bicamerale sul federalismo: «In alcuni casi le richieste regionali non appaiono del tutto coerenti con quelle elencate dalla Costituzione».
La questione conserva quasi tutti i grandi problemi già più volte sottolineati, che possono configurarla come un vero e proprio dispositivo “Spacca-Italia”; come una “secessione delle aree ricche”, in base alla quale le tre Regioni si fanno quasi Stato nello Stato e staccano il loro futuro da quello del resto del Paese. Questo deriva in primo luogo dall’abnorme estensione delle richieste regionali. Come puntualizzato recentemente dal suo assessore all’Autonomia nel corso di un convegno pubblico, la Lombardia ha richiesto ben 131 funzioni legislative e amministrative. Un insieme tale da ridisegnare complessivamente l’assetto dei poteri e delle politiche pubbliche: dalla scuola alla sanità, dall’università alle attività produttive, dal lavoro alla previdenza, dalle infrastrutture all’energia, dalla tutela del paesaggio ai beni culturali, dall’ambiente ai rifiuti, dal governo del territorio alle acque, dalla protezione civile al fisco.

Riducendo drasticamente la capacità di governo dell’insieme del Paese (e il ruolo della stessa Capitale). Uno degli aspetti più stupefacenti e più inaccettabili di questa intera vicenda è che i testi degli accordi su tutte queste materie fra il Governo e le tre Regioni (che, sempre secondo l’assessore, sono definiti ormai per tutti gli ambiti meno quattro) sono segreti. I parlamentari, le forze economiche e sociali, tutti i cittadini sono formalmente all’oscuro di come si intenderebbe ridisegnare l’Italia, dalla regionalizzazione della scuola alla sostanziale eliminazione del Servizio Sanitario nazionale.

Non sarebbe un’operazione di elementare trasparenza – a cui in particolare il M5S sembra tanto legato – permettere a tutti di sapere che cosa si sta decidendo? E se il processo non può che portare benefici all’intero Paese – come arditamente ma ripetutamente sostenuto dalla Lega – non è allora il caso di far vedere ai cittadini come questo avverrà? E non sarebbe bene parlarne in periodo elettorale? E perché le opposizioni non sollevano il tema? Come mai può essere possibile che si rivolti l’Italia senza che il Parlamento – a cui tocca il diritto e il dovere dell’approvazione finale delle eventuali intese – non ne conosca il contenuto di dettaglio e discuta fino in fondo, in tutte le loro implicazioni, le conseguenze? Il percorso parlamentare di queste norme è poi ancora avvolto nelle nebbie: non c’è una legge attuativa dell’articolo 116 della Costituzione; non c’è un sostanziale coinvolgimento di tutte le altre regioni italiane, che da qualsiasi decisione sarebbero naturalmente colpite. C’è solo la reiterata pretesa che, se proprio il Parlamento vuole discutere, il contenuto delle Intese resti saldo nelle mani di Governo e Regioni. E non si dimentichi mai che l’eventuale approvazione trasferirebbe tutti i poteri normativi a Commissioni paritetiche bilaterali Stato-Regione, esautorando il Parlamento per gli anni a venire; e che la decisione non è reversibile senza una nuova intesa con le regioni, e non può essere sottoposta a referendum abrogativo.

Una delle affermazioni del ministro Tria di ieri illustra bene la situazione: «Nell’attuale fase embrionale non è possibile quantificare gli effetti sulla finanza pubblica». Ma come si fa a decidere senza sapere che cosa questo comporterà sulle risorse finanziarie disponibili e la loro ripartizione? L’effetto che produrrà sulla capacità dello stesso Tesoro di fronteggiare il debito pubblico che rimane a gravare su tutti gli italiani? Non va mai dimenticato che il Veneto aveva addirittura ufficialmente richiesto di trattenere i 9/10 del gettito fiscale; e che il governo Gentiloni aveva improvvidamente concesso alle regioni una clausola capestro per il resto d’Italia, secondo cui lì i servizi pubblici sarebbero stati dimensionati in base al gettito fiscale. Forse anche grazie ad un’insistente azione di informazione dei cittadini, queste pretese sembrano essere accantonate. Ma se si studiano attentamente, sul sito del Dipartimento per gli Affari Regionali, i testi «che hanno raggiunto un’intesa di massima con il Ministero dell’Economia e delle Finanze» (con buona pace della lingua italiana), si scoprono persistenti, gravi criticità. Nell’articolato sono previste disposizioni che produrrebbero certamente un significativo flusso di risorse dalle altre regioni alle tre richiedenti: come l’articolo 6 sugli investimenti, o l’articolo 5.4 sulla dinamica del gettito fiscale, o la clausola di salvaguardia (per le tre regioni) inserita nell’articolo 5.1 che (come argomentato più estesamente su “Menabò di Etica ed Economia”) produrrebbe un definanziamento della scuola nelle altre aree a vantaggio della casse di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Senza che questo crei problemi a quest’ultima, i cui leader hanno sempre affermato di non richiedere «un euro in più».

Una ripresa del processo è inevitabile. E’ la partita della vita per una parte delle classi politiche di quelle regioni: grandissimi poteri, quasi quanto uno stato sovrano; ampie e garantite risorse, qualsiasi cosa accada all’economia italiana; il potere di co-decidere tutti i mille particolari del processo senza interferenze parlamentari. In questo confronto, è l’interesse nazionale, e quello di tutti gli italiani, che è in ballo. In campagna elettorale sarebbe bene parlarne un po’, in piazza come in televisione.
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