Romano Prodi
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Misure urgenti/Il prezzo della guerra e i segnali di recessione

di Romano Prodi
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Domenica 3 Aprile 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 22:31

Sulle tragedie politiche, umane e materiali della guerra di Ucraina abbiamo già molto riflettuto nelle scorse settimane e ancora ne dovremo purtroppo parlare in futuro. Oggi limiteremo la nostra attenzione alle conseguenze economiche di questo conflitto, tanto inaspettato quanto insensato. Un conflitto che, nello spazio di poco più di un mese, ha già sconvolto gli andamenti delle nostre economie.


Mentre ci attendevamo un anno che avrebbe più che completato la ripresa post-covid, le aspettative si sono totalmente rovesciate: nell’anno in corso la crescita mondiale non sarà superiore al 2,5% (mentre è stata del 5,9% nello scorso anno). L’Eurozona e l’Italia si fermeranno intorno al 2,2%. Il che, se togliamo il trascinamento frutto della crescita dello scorso anno, significa che la guerra ci ha già portato alla stagnazione, con tutte le conseguenze del caso, a partire dall’incidenza negativa sull’occupazione.


La seconda conseguenza è l’aumento dell’inflazione. In questo caso si tratta di un processo che era già in corso, ma che è fortemente aumentato di intensità, fino ad arrivare al 7,5% nell’Eurozona e a una cifra ancora superiore negli Stati Uniti. Un rialzo che si deve soprattutto al prezzo dell’energia e delle materie prime, da alcuni osservatori ritenuto temporaneo.


È tuttavia opportuno ricordare che non conosciamo affatto la durata di questa provvisorietà e che i prezzi sono aumentati in tutti i settori della nostra economia, a partire dai prodotti industriali fino ai beni alimentari che, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono lievitati del 7%. Il processo inflazionistico si è ormai talmente diffuso che obbliga a ritenere molto probabile l’adozione di una politica monetaria fortemente restrittiva, con la conseguenza di frenare ulteriormente l’economia. Anche se negli Stati Uniti, dove la politica restrittiva è già cominciata, non si pensa ad un aumento dei tassi a breve superiore al 2,5% in corso d’anno. Da notare che i tassi a breve si stanno posizionando a un livello superiore ai tassi a lungo termine: questo è solitamente il segnale che gli investitori prevedono l’arrivo di una recessione che porterebbe, insieme alla crisi, una diminuzione dei tassi di interesse a livello generale. 


Il combinato disposto del freno della crescita e dell’aumento dell’inflazione porta naturalmente al crollo della fiducia delle famiglie e a un’erosione del loro potere d’acquisto. Un’erosione che, concentrandosi particolarmente sulla bolletta dell’energia e sui prodotti alimentari, incide in modo percentualmente superiore sulle famiglie a basso livello di reddito. 


Il che ci porta a dover tenere in conto un’ultima conseguenza: la necessità di provvedere con le risorse del bilancio pubblico al sostegno dei redditi più duramente colpiti da questi cambiamenti. Il governo italiano ha provveduto in questa direzione con la non trascurabile somma di 10 miliardi. Una somma certamente sostanziosa, ma molto inferiore agli oneri derivanti dai rincari e temporaneamente limitata, nella speranza che gli aumenti nel settore energetico siano di breve durata. Anche noi lo speriamo ma, nell’elevata possibilità che questo non avvenga, è bene preparare nuovi strumenti di intervento che, data la ristrettezza del nostro bilancio pubblico, dovranno essere concentrati a favore delle categorie meno abbienti, così come si dovrà provvedere ad un programma di aiuti specificamente dedicato ai rifugiati.


A fianco di queste osservazioni, che possono essere purtroppo considerate come il frutto avvelenato di una qualsiasi azione bellica, dobbiamo mettere in rilievo alcune conseguenze specifiche del conflitto in corso, oltre i già noti sconvolgimenti del settore petrolifero (la cui esportazione dalla Russia è assai inferiore a quella prebellica) e del gas, che continua ad arrivare in quantità simili a quelle precedenti, ma a prezzi molte volte superiori.
Dalla zona di guerra arrivano infatti non solo prodotti energetici, ma anche il titanio per le nostre lavorazioni meccaniche, l’argilla per le ceramiche e soprattutto tanto grano, tanti olii vegetali e tanti fertilizzanti indispensabili per la nutrizione di decine di milioni di persone che, soprattutto nei Paesi più poveri, si trovano ora senza i beni indispensabili per la propria sopravvivenza. Il dramma delle guerre e delle sanzioni è che finiscono con il colpire alla cieca.


Quanto alle nostre esportazioni, i due Paesi coinvolti nel conflitto ne assorbono una quantità notevole ma non eccessiva: l’1,7% la Russia e lo 0,4% l’Ucraina, mentre più fortemente colpito è il settore turistico, che già soffriva per le pesanti conseguenze del Covid. Consistente, ma non eccessiva, è inoltre l’esposizione del nostro sistema bancario, già colpito oltremisura dalla forte diminuzione delle quotazioni azionarie delle due banche maggiormente presenti nel mercato russo.


Terribili sono evidentemente le conseguenze economiche interne all’Ucraina a causa delle impressionanti distruzioni umane e materiali, ma pesante è anche la situazione russa dove il reddito è crollato di oltre il 9% e interi settori, soprattutto quelli ad alta tecnologia, sono sostanzialmente bloccati dalla rottura dei rapporti con i Paesi occidentali, anche se gli introiti provenienti dal gas hanno finora impedito il collasso dell’economia. 
Sono veramente dispiaciuto di avere elencato in un solo articolo tante tristi osservazioni ma, nel nostro mal governato pianeta, sono arrivate insieme (e insieme convivono) la peste, la fame e la guerra. Non ci resta quindi che completare queste riflessioni con il “libera nos Domine” che era uso recitare di fronte a queste calamità. 

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