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Petrolio russo, nuovo rinvio sull'embargo. L’Ungheria alza il prezzo: sbloccate i nostri fondi

Von der Leyen vuole l’intesa nel weekend per lo stop alle forniture entro sei mesi

Petrolio, nuovo rinvio sull'embargo. L Ungheria alza il prezzo: sbloccate i nostri fondi
di Gabriele Rosana
5 Minuti di Lettura
Sabato 7 Maggio 2022, 00:28 - Ultimo aggiornamento: 14:09

Nuova fumata nera e nuovo rinvio tra i Ventisette sul sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, ma a Bruxelles si negozia a oltranza per superare gli ostacoli alla ricerca del compromesso sullo stop al petrolio tra sei mesi e ai prodotti raffinati da fine anno. Domani, intanto, i leader del G7 torneranno a riunirsi in videoconferenza, con la partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per parlare di ulteriori misure contro Mosca, come confermato dalla Casa Bianca. 

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LE TAPPE

«Se ci vorrà un giorno in più, beh allora vorrà dire che ci vorrà un giorno in più», ha detto ieri la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, convinta che «ci stiamo muovendo nella giusta direzione» e che «riusciremo ad approvare questo pacchetto». L’Ungheria di Viktor Orbán continua però ad alzare la posta (e pure i toni), definendo il nuovo affondo Ue «una bomba atomica per l’economia di Budapest» e approfittando per invocare semmai lo sblocco dei fondi del suo Recovery Plan. Ma il calendario stringe e l’intenzione dei Ventisette è di continuare a trattare, tra le varie richieste di deroghe e di compensazioni economiche, ma approfittando del clima costruttivo venutosi a creare nelle scorse ore. L’obiettivo è di chiudere nel fine settimana, in tempo per approvare il nuovo lotto di misure contro Mosca prima di lunedì.

Il 9 maggio è una data altamente simbolica per la Russia, che con una parata militare celebra la vittoria nella Seconda guerra mondiale, ma anche per l’Ue, per cui ricorre la Festa dell’Europa (che quest’anno coincide con la chiusura della Conferenza sul Futuro dell’Europa, che lancerà il processo di riforma dei Trattati). Per questo l’esecutivo Ue ha voluto aumentare la pressione sui governi: «Se un accordo non arriverà nei prossimi due giorni, dovrò riunire i ministri in una riunione del Consiglio Affari esteri per raggiungere un’intesa politica», ha commentato l’Alto rappresentante dell’Unione Josep Borrell, a margine di un incontro a Firenze. 
Ma al tempo stesso la Commissione aggiusta il tiro, visto che «non possiamo mettere sul tavolo proposte che non corrispondono alla realtà; dobbiamo tenere in considerazione le specificità di ogni Paese», ha ammesso lo stesso capo della diplomazia Ue.

È la ragione per cui ieri, ai rappresentanti permanenti degli Stati membri riuniti nel Coreper, l’esecutivo europeo ha presentato una versione aggiornata e riadattata della testo messo a punto martedì scorso: Ungheria e Slovacchia, a cui già nella prima bozza veniva garantito un periodo di transizione fino a fine 2023 prima di attuare l’embargo, avrebbero adesso un ulteriore anno di tempo, fino a dicembre 2024. La ragione è la dipendenza totale dei due Paesi dalle forniture che arrivano via oleodotto dalla Russia e che, mancando uno sbocco sul mare, non possono essere rimpiazzate dai carichi via nave. E mentre dopo la Bulgaria anche la Croazia avrebbe chiesto a Bruxelles di ottenere un’eccezione (in particolare per uno specifico derivato del petrolio trattato in un suo impianto), a spuntarla nella corsa alla deroga sarebbe stata nel frattempo la Repubblica Ceca, la quale avrebbe tempo fino a giugno 2024 per affrancarsi dall’oro nero russo. Praga, al pari di Budapest e Bratislava, riceve il greggio da raffinare nei suoi impianti attraverso l’oleodotto Druzhba, infrastruttura sovietica che è ancora oggi la più lunga al mondo. Si tratta, a ben vedere, di una concessione ulteriore che l’Europa può permettersi di fare, secondo gli esperti di questioni energetiche, senza depotenziare la portata dell’embargo: a fine 2021 l’import di greggio russo di Budapest, Praga e Bratislava rappresentava infatti appena il 6% del totale del dato Ue. 


GLI APPELLI

Per Orbán, tuttavia, il raddoppio della durata della deroga non sarebbe abbastanza: l’energia «è una linea rossa per l’Ungheria» e per oltrepassarla servono rassicurazioni aggiuntive. Il che significa, in buona sostanza, nuovi fondi Ue da investire nell’indipendenza energetica del Paese; una richiesta che coincide bene o male con il rilascio dei 7,2 miliardi del Recovery Plan magiaro, bloccato in seguito alla disputa sullo stato di diritto fra Bruxelles e Budapest. Per rispondere alle preoccupazioni di Grecia, Malta e Cipro, sugli scudi per una disposizione che - se approvata - impedirebbe alle compagnie di navigazione Ue di trasportare il greggio russo ovunque nel mondo e a quelle assicurative di fornire la relativa copertura, verrebbe introdotto invece un periodo di transizione di una manciata di mesi.
 

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