Pil immobile nel terzo trimestre dopo tre anni di espansione

Martedì 30 Ottobre 2018
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Istat: Pil fermo nel terzo trimestre
L'economia ristagna nel terzo trimestre, dopo tre anni di espansione. Il pil è infatti fermo, secondo la stima Istat,  mentre il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%, dall'1,2% del secondo trimestre. La crescita nulla è il primo stop dal quarto trimestre del 2014: la ripresa ha portato a una risalita del Pil del 4,9%, ma il dato resta comunque inferiore dello 0,3% rispetto al picco del 2011. La stima sul terzo trimestre delude le attese: secondo il consensus degli analisti la crescita congiunturale sarebbe stata dello 0,2%.

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«Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell'economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni», rileva l'Istat. «Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita - continua l'istituto - tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall'1,2% del secondo trimestre».

Da una parte dunque la crescita zero segnata nel terzo trimestre, dall'altra l'aumento di mezzo punto degli interessi pagati dallo Stato per collocare i Btp in asta: la strada per centrare gli obiettivi indicati dal governo nella nota di aggiornamento del Def appare sempre più stretta. L'andamento dell'economia reale non sembra avere spunti e, calcolatrice alla mano, appare davvero improbabile che si riesca a raggiungere una crescita dell'1,2% stimata per fine anno dal governo. Questo allontana anche gli obiettivi del Pil indicato al +1,5% per il 2019, un valore che l'Ufficio Parlamentare di Bilancio non ha certificato e che mina il duello in corso con Bruxelles anche su deficit e debito. Anche perché, nonostante le previsioni sui conti pubblici nascondano sempre dei cuscinetti di prudenza, la minore crescita potrebbe avere un impatto negativo sui saldi di finanza pubblica.

Il Pil all'1,2% a fine 2018 sembra ora matematicamente fuori portata. «Occorrerebbe un'accelerazione molto forte nei mesi finali dell'anno, ad almeno 0,4% trimestre su trimestre, per superare tale soglia», afferma il senior economist Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, Paolo Mameli. Che ha fatto i conti e blocca la crescita italiana di fine anno a +0,9%, tre decimali di punto sotto la stima governativa.

Ma l'impatto ci sarebbe anche sui conti del 2019. Questa volta ad usare la calcolatrice è l'economista Carlo Cottarelli che ritiene possibile centrare l'1% quest'anno ma indica che per raggiungere l'1,5% nel 2019 servirebbe una progressione trimestrale che si attesti tra lo 0,5 e lo 0,6% il prossimo anno. Valori difficili da raggiungere, quasi impossibili. Ovviamente una minore crescita rischierebbe di avere un contraccolpo anche sulle previsioni sui conti pubblici. In genere ogni due decimali di minore crescita di traducono in un decimale in più di deficit. Difficile fare i conti ora. Anche perché, nel confronto con l'Ue, il governo ha reso noto di aver stimato in modo prudenziale sia la crescita sia l'impatto che questo ha sul maggior gettito e quindi sul deficit. L'ha definito effetto di retroazione che la maggior crescita ha sul deficit grazie alle maggiori entrate, che il governo avrebbe sottostimato: un valore che secondo alcuni darebbe un cuscinetto di sicurezza pari a circa 4 miliardi (in pratica oltre due decimi di punto) per il deficit. Ma se la crescita rallenta si assottiglia anche questo piccolo ammortizzatore.

È invece già sicuro che i conti pubblici non beneficeranno dell'impatto che l'aumento dei tassi di interesse - visibile anche dal livello dello spread - ha sulla spesa che il governo deve affrontare per piazzare in asta i titoli pubblici e sostenere il debito pubblico italiano. A differenza dello spread i rendimenti sulle aste sono un costo reale. L'ultima asta dei Btp ha spuntato un rendimento al 2,53% per i quinquennali (dal 2,03 precedente) e 3,36% sul decennale (contro il 2,90% precedente). Secondo fonti di mercato, la sola asta di oggi sui Btp è costata al Tesoro, per colpa dello spread, 689 milioni di euro in più rispetto a quanto sarebbe costata sei mesi fa, prima del balzo del differenziale Italia-Germania.

L'effetto sul costo del debito dovuto al 'caro-spread' accumulato finora equivale a circa 6,5 miliardi di euro. Con uno spread a 300 punti - ha calcolato l'Osservatorio Cpi guidato da Cottarelli - la spesa per interessi lieviterebbe di oltre 6 miliardi nel 2019 e di 10 miliardi nel 2020 rispetto al Def di aprile. La nota di aggiornamento presentata dal governo ad ottobre, invece, prevede solo 1,9 miliardi di costi in più nel 2019: la differenza è di 4 miliardi, quasi la metà del costo del reddito di cittadinanza nel primo anno di applicazione.





  Ultimo aggiornamento: 20:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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