Gas e petrolio russi, piano Ue da 195 miliardi: così Bruxelles dirà addio alle importazioni

L’obiettivo europeo è di tagliare già quest’anno due terzi del gas di Mosca

Il grafico
di Gabriele Rosana
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Giovedì 12 Maggio 2022, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 11:50

Sarà un piano da almeno 195 miliardi di euro di investimenti per finanziare la maratona Ue per staccarsi dall’energia russa. Sono le risorse aggiuntive che, secondo le stime di Bruxelles, saranno necessarie per sostenere le ambizioni del RePowerEU, il pacchetto che sarà presentato la prossima settimana e con cui l’esecutivo Ue dettaglierà le tappe serrate, tra le altre cose, per tagliare due terzi del gas russo già quest’anno e diventare autonoma entro il 2027. La Commissione, secondo una bozza al centro dei negoziati intraservizi citata da Bloomberg e dal Financial Times, proporrà di aumentare il target di rinnovabili nel mix energetico dell’Unione dal 40% al 45% entro il 2030 e di ridurre i consumi del 13% entro la fine del decennio, in modo da risparmiare quasi 100 miliardi di euro l’anno tra gas, petrolio e carbone. 

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Un tema, quello delle risorse collegate a RePowerEU, che si intreccia a doppio filo con il braccio di ferro in corso tra Bruxelles e l’Ungheria di Viktor Orbán. Budapest non ha infatti ancora abbandonato la minaccia del veto e continua a tenere in ostaggio il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, in cui si prevede lo stop al greggio di Mosca tra sei mesi e ai prodotti raffinati entro fine anno. E chiede, in buona sostanza, non solo più tempo oltre i due anni di periodo di transizione (fino a fine 2024) che le sono stati garantiti insieme alla Slovacchia, ma pure che vengano stanziati fondi Ue per sostenere la riconversione industriale di quegli impianti di raffinazione tarati sul petrolio russo e, più in generale, la transizione energetica dei Paesi più esposti alla dipendenza dal petrolio russo, tra cui appunto quelli dell’Europa centro-orientale che ricevono storicamente le forniture attraverso l’oleodotto Druzhba, costruito in epoca sovietica.
Un ricatto in pieno stile, secondo alcuni Stati spazientiti dalla strategia di Orbán.

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Il dissenziente

Ieri Budapest è tornata ad alzare la posta. L’Ungheria darà il via libera all’embargo del petrolio russo (per cui serve l’unanimità) soltanto se verranno escluse dallo stop le forniture via oleodotto, ha detto - come di consueto con un video pubblicato sulla sua pagina Facebook - il ministro degli Esteri di Budapest Péter Szijjártó. Mancando uno sbocco sul mare, l’Est Europa non può ricevere carichi via nave e teme di non riuscire a garantirsi flussi alternativi: da qui la proposta di un confronto in nome della solidarietà europea allargato agli altri leader dei Paesi vicini organizzato dalla Commissione europea; inizialmente previsto per martedì scorso, però, è saltato e per ora - complice l’agenda che ha portato Ursula von der Leyen in Giappone - è fuoriuscito dai radar, in attesa che il lavoro tecnico e diplomatico prosegua. «Se Bruxelles vuole essere seria sul divieto di importazione del greggio, allora dovrà escludere la parte destinata agli oleodotti», ha precisato Szijjártó, riportando in alto mare le trattative e attenuando di molto, con la sua richiesta, la portata di una sanzione che a quel punto colpirebbe solo i carichi a bordo delle petroliere. Insomma, passati otto giorni dalla presentazione della nuova bozza di restrizioni, ieri si è registrata ancora una fumata nera all’ennesima riunione del Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti dei governi dei Ventisette a Bruxelles.

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Il summit

Il tempo adesso stringe, anche se in verità non si prevede (più) una scadenza all’orizzonte, sfumata quella del 9 maggio in cui l’Ue festeggia la sua unità e la Russia celebra la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. Il calendario vede tuttavia in avvicinamento un appuntamento che potrebbe contribuire a dirimere la questione, cioè la riunione dei ministri degli Esteri convocata per lunedì prossimo, e che potrebbe rappresentare l’occasione per un confronto politico ad alto livello. Intanto, nel quadro della task force che si occupa di congelare gli asset degli oligarchi e delle società russe in Europa, Bruxelles prova a fare un passo in più e a seguire la strada già tracciata dal Congresso americano: ieri il commissario alla Giustizia Didier Reynders ha anticipato che la Commissione sta lavorando a uno strumento per confiscare i beni delle persone e delle entità sanzionate in tutta l’Ue, con l’obiettivo di far confluire le relative risorse in un fondo comune per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina e risarcire le vittime della guerra.

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