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Della Valle: «Il Centro Italia può ripartire se si investe sui distretti industriali»

Della Valle: «Il Centro Italia può ripartire se si investe sui distretti industriali»
di Andrea Bassi
6 Minuti di Lettura
Giovedì 15 Aprile 2021, 07:17 - Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 09:57

Presidente Diego Della Valle, di recente la Svimez ha prodotto un rapporto allarmante sulla frammentazione del Centro. Un'area che in qualche modo si sta meridionalizzando. Dove nasce questo declino?
«Non ho letto l'indagine, ho però qualche idea in merito alla frammentazione del Centro. Direi intanto di dividere il Centro Nord dal Centro Sud poiché è differente. Credo che il fatto che molti comprensori industriali, che sono stati la spina dorsale in queste regioni, oggi purtroppo smobilitati, o comunque molto depotenziati, tutto questo sicuramente non aiuta».

Quali sono le ragioni della smobilitazione?
«Le ragioni sono molteplici, in alcuni casi riguardano la competitività mondiale, per cui bisognava forse molti decenni fa preparare piani di politica industriale che salvaguardassero i distretti o che permettessero di riconvertirli in attività competitive».

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È possibile che il Centro rischi di rimanere in qualche modo schiacciato tra le pretese autonomiste del Nord e un Sud che tenta per la prima volta di aggregarsi per riagganciare il treno della crescita economica?
«Come detto dobbiamo distinguere il Centro Nord dal Centro Sud. Il Centro Nord sarà positivamente influenzato dalle regioni economicamente più evolute e sempre di più tenterà di rimanere attaccato alle regioni del Nord con buona possibilità di successo. Devono fare in modo di reagire anche le regioni del Centro Sud, perché altrimenti corrono il rischio di perdere competitività e soprattutto di non avere un futuro industriale né grande né piccolo, né nazionale né tanto meno internazionale. Queste sono cose che le imprese non possono fare da sole».

Chi le deve aiutare?
«Ci vuole una politica economica del Paese, pensata in modo specifico per queste aree, tentando di portare soluzioni veloci e lungimiranti, lasciando da parte l'aria fritta».

L'aria fritta?
«Sì, ma credo che alcuni esponenti che oggi guidano questo Paese abbiano chiarissimo cosa bisogna fare e hanno l'esperienza necessaria per contribuire a costruire un nuovo sistema economico per queste regioni. A questo punto con l'enorme quantità di denaro che arriverà dall'Europa ora bisogna pensare a un piano-paese complessivo, e non locale o regionale, per sostenere anche parti dell'Italia che hanno più bisogno. Questa è un'occasione irripetibile, guai a perderla».

Molto si discute di infrastrutturazione. Si privilegia l'asse Nord-Sud, mentre l'Est-Ovest rimane spesso ottocentesco. L'asse Ovest-Est può essere portatore di sviluppo?
«Le infrastrutture più importanti immagino che siano la digitalizzazione del Paese; la viabilità in tutte le sue forme, strade, aeroporti, ferrovie; il sistema scolastico e ovviamente il sistema sanitario. Avendo avuto la politica la possibilità, in quest'anno e mezzo, di capire lo stato attuale di questi sistemi infrastrutturali, penso che ci sia tanto da fare, ma i mezzi che arrivano sono enormi e le persone che li dovranno assegnare sono competenti. Mi viene quindi da pensare che potremo fare ottime cose. Dopo tanti anni di pessimismo il Paese può veramente farcela a cambiare».

Diversi osservatori hanno sottolineato l'importanza di creare una rete di collegamenti tra le città medie del Centro con la Capitale, in modo da proiettare l'area tra quelle global cities che saranno i motori dello sviluppo e della crescita. È una visione che condivide?
«Quello che è capitato nel mondo nell'ultimo anno e mezzo, ha cambiato anche il rapporto delle persone, con gli stili di vita soprattutto dei giovani e credo che stia emergendo la voglia di molti di poter vivere in posti tranquilli dove i rapporti umani sono privilegiati rispetto a tante altre cose. Quindi tutto quello che migliora la qualità della vita, di chi abita nei piccoli paesi, o di chi sceglie di andarci ad abitare, è benvenuto e aiuta e incentiva a spostarsi nei nostri borghi che sono i più belli del mondo. In questo senso andrebbe studiato un piano di incentivazioni e di ristrutturazioni delle abitazioni e la riapertura di piccoli laboratori e riappropriarsi di mestieri che stanno scomparendo».

Uno dei temi emersi nel dibattito è lo spopolamento del Centro. Qui l'esperienza del Sud insegna. Perdere capitale umano, sia per la riduzione delle nascite che per la fuga di cervelli verso altre zone del Paese, è una delle determinanti del declino. C'è modo di invertire questa tendenza?
«Quello che vedo oggi di positivo, è che se ai giovani viene data una motivazione valida ed una seria opportunità di lavoro, in molti sono disposti a rimanere. Alcuni anni fa non era così».

Roma che ruolo può avere nella ripartenza del Centro?
«Roma è una città che ha fatto la storia di una buona parte del mondo e avrebbe l'autorevolezza per essere una città leader e guida per altre capitali europee meno importanti e con meno storia. La Roma attuale ha bisogno di tante cose che necessitano di molto denaro e di una grande convinzione da parte della politica nel fare quello che serve in fretta. Non dimentichiamoci che Roma non è solo importante per il Centro Italia, ma per tutto il mondo e soprattutto è importante insieme ad altre città per l'immagine del nostro Paese va assolutamente sostenuta da tutti».

Qualcuno chiede l'istituzione delle Zes, le zone economiche speciali per rilanciare il Centro. Condivide?
«Se per Zes s'intende creare o rafforzare il concetto dei distretti, è una buona idea. Avere nel raggio di qualche decina di chilometri persone e sistemi che operano in comparti industriali specifici, aiuta la crescita dei comprensori e stimola molti a provare a lavorare in proprio, avendo facilità di approvvigionamento di materie prime, di macchinari e anche di materiale umano e quindi è tutto più semplice. Credo che le scuole professionali dovrebbero essere incentivate perché hanno rappresentato una scuola di vita, di lavoro per milioni di italiani e sono state protagoniste della ricostruzione del Paese».

Lei è uno degli imprenditori simbolo del Made in Italy. Nelle nuove generazioni vede ancora quel fuoco imprenditoriale che ha portato tante imprese di questo Paese al successo globale?
«Mi capita spesso di parlare con i giovani e vedo una bella generazione di persone serie, rispettose delle regole e con una gran voglia di fare. La differenza è che oggi, cosa che io approvo totalmente, il successo imprenditoriale da solo non basta, dev'essere unito ad una buona qualità della vita e, in molti casi, al tempo dedicato alla famiglia ed alla solidarietà verso il prossimo ed ai rapporti umani, e questo è sicuramente un ottimo segnale».
 

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