Crisi economica, Bonomi (Confindustria): «Il costo del lavoro non può salire ancora». Più vicino lo scostamento

Il leader degli industriali: «Per le imprese ora sono impossibili aumenti retributivi»

Bonomi: il costo del lavoro non può salire ancora. Più vicino lo scostamento
di Luca Cifoni e Giusy Franzese
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Mercoledì 13 Aprile 2022, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 09:07

Sì alla richiesta di Draghi di un patto sociale a tre, governo, imprese e sindacati. Ma Carlo Bonomi, ascoltato in Parlamento sul Documento di economia e finanza avverte: «Va evitato il pericolo di alimentare ulteriormente la spirale inflattiva con una non corretta politica dei redditi». In modo ancora più chiaro, il presidente di Confindustria spiega che «non è possibile chiedere alle imprese, che si stanno già fermando per gli aumenti dei costi degli input, anche un aumento del costo del lavoro».

Bonomi: «Il costo del lavoro non può salire ancora»

Saranno proprio i contratti - insieme allo scostamento di bilancio su cui ieri il ministro Franco ha fatto una cauta apertura - il tema caldo delle prossime settimane. Perché i sindacati chiedono invece di cambiare il meccanismo attualmente utilizzato per la misura degli incrementi retributivi. Meccanismo implicitamente confermato dal governo nello stesso Def, che prevede l’ancoraggio ad un tasso di inflazione intorno al 2 per cento. Ovvero molto più basso di quello effettivo, registrato dall’Istat in questi mesi. Si tratta di un paragrafo inserito all’interno delle previsioni economiche per i prossimi anni: vengono appunto richiamate le regole sottoscritte nel 2009 dalle stesse parti sociali (con l’eccezione, allora, della Cgil), che legano gli incrementi retributivi all’indice dei prezzi al consumo armonizzato (Ipca) al netto dei prodotti energetici importati.

Un parametro che - per contenere le spirali inflattive - volutamente esclude gli sbalzi violenti dei prezzi energetici come quelli in corso ormai da mesi. Nel testo, viene portato come esempio non l’Ipca (che è l’indice calcolato a livello europeo) ma quello standard (Nic) calcolato dall’istituto nazionale di statistica. Il succo però è lo stesso: a marzo il Nic al netto dell’energia ha registrato una crescita tendenziale del 2,5 per cento, mentre quello al netto dei beni energetici importati ha avuto una dinamica del 6,7 per cento, quasi tripla. L’ipotesi è che la corsa dei prezzi al netto dell’energia si mantenga su questi livelli. E i lavoratori dipendenti, viene spiegato «recupereranno potere d’acquisto quando i prezzi dell’energia scenderanno e il tasso di inflazione totale scenderà al disotto del tasso al netto degli energetici». L’esempio è quello del 2020, quando l’inflazione generale fu leggermente negativa nella media annua (-0,1%) mentre l’indice calcolato senza gas e petrolio provenienti dall’estero (beni allora in frenata) si attestò allo 0,6.

Il tema - come detto - è al centro dell’argomentazione del presidente di Confindustria. «Se si pretende di discutere di redditi senza domandarsi come generare le risorse per corrisponderli, sarà tempo perso» sottolinea Bonomi. Questo - precisa - non significa che non si debba cercare di salvare la busta paga dei lavoratori, il loro potere d’acquisto eroso da un’inflazione come non si vedeva da decenni. Per Bonomi però la strada è sostanzialmente una: tagliare il cuneo contributivo. Anche l’idea di detassare i rinnovi contrattuali, che non è completamente scartata da Confindustria, però «non mette nelle tasche dei lavoratori soldi importanti, come invece potremmo fare con un taglio serio del cuneo contributivo». Bonomi avanza anche una proposta sul come redistribuire i risparmi derivanti dal taglio del cuneo: «Nonostante due terzi venga pagato dalle imprese e un terzo dai lavoratori, noi pensiamo al recupero del taglio all’incontrario» cioè due terzi a favore dei dipendenti e un terzo a favore delle imprese per sostenere la redditività. Il costo per il bilancio dello Stato? Intorno ai 16-18 miliardi di euro. Ma si può fare, insiste il leader di Confindustria, anche senza ricorrere allo scostamento di bilancio: «Nel Def viene detto che le entrate tributarie passeranno da 527 a 548 miliardi» e si prevede anche una crescita per i contributi sociali (+17 miliardi) «quindi - afferma Bonomi - si liberano risorse».

LE ESIGENZE

Per i sindacati invece è necessario, per le varie esigenze, uno scostamento di bilancio. Eventualità che il ministro dell’Economia Franco (anche lui in audizione sul Def) non ha escluso, se la situazione di crisi dovesse perdurare ancora, rendendo necessari ulteriori interventi. Le risorse stanziate nel Def - secondo Cgil, Cisl e Uil - sono assolutamente insufficienti. E se con l’idea del Patto si immagina di comprimere i salari - ha avvertito il leader Cgil, Maurizio Landini - nessun accordo sarà possibile. Anzi. Per evitare che l’inflazione affossi il potere d’acquisto per le tre confederazioni è il momento di aggiornare il meccanismo di adeguamento al costo della vita, che attualmente esclude appunto l’inflazione importata. Su questo la voce dei sindacati è corale: «Occorre operare rinnovi contrattuali comprensivi del recupero dei costi energetici». Che la questione salari sia cruciale, ne è cosciente il governo. E ieri il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha convocato le parti sociali per fare «qualche passo avanti» ed evitare lo scontro: «Cercheremo di realizzare un punto di contatto, di trovare un minimo comune denominatore perché oggi è più urgente che mai rafforzare lo strumento della contrattazione e l’adeguamento dei salari tanto più alla luce dell’aumento dell’inflazione».
 

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