Confindustria: «Prestiti più lunghi e lavoro giovane per superare la crisi»

Confindustria: «Prestiti più lunghi e lavoro giovane per superare la crisi»
di Roberta Amoruso
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Lunedì 12 Aprile 2021, 08:02 - Ultimo aggiornamento: 12:16

L'accelerazione sulla campagna vaccinale, cruciale per rianimare il turismo, e l'uso ponderato delle risorse del Recovery Plan saranno decisivi per non rimanere indietro (o almeno non troppo indietro) nella fase di ripresa dell'economia europea. Che, avverte Fabio Panetta (membro del Comitato esecutivo della Bce) in un'intervista al El Pais, «rischia di perdere due anni di crescita rispetto agli Stati Uniti, e ha perciò bisogno di maggiore ambizione» nel rispondere ai danni del Covid se vuole evitare di allargare il gap Nord-Sud. Ma c'è un altro fronte cruciale per le imprese sul quale si concentrano ora non a caso tutte le attenzioni di Confindustria: le imprese devono poter investire tutte le risorse nella ripresa, e devono farlo subito. Non possono aspettare di ripagare i debiti cumulati durante l'emergenza Covid. Non solo. Devono anche potersi ripatrimonializzare a dovere se vogliono davvero agganciare il treno della crescita. Ecco perché diventa un passo obbligato allungare i tempi di rimborso dei prestiti per il presidente, Carlo Bonomi. Ed è fondamentale che le imprese possano poter attingere, specie le Pmi, ad altre fonti di finanziamento sul mercato, oltre a quelle bancarie; ma anche intervenire pesantemente sulle politiche attive legate al lavoro giovanile deve diventare un tormentone per il governo.

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Liberare gli investimenti

Del resto, c'è un dato clamoroso che non può non far riflettere. Prima della crisi, il debito bancario poteva essere ripagato dalle imprese rapidamente grazie al rafforzamento dei bilanci realizzato in Italia nel precedente decennio: 2,2 anni di cash flow nell'industria e 1,9 anni nei servizi. Ma molto è cambiato con la crisi. La somma dei prestiti emergenziali del 2020 e del crollo del cash flow ha fatto crescere sensibilmente il peso del debito (+47 miliardi solo nell'industria). E dunque, in alcuni settori oggi ci vuole il doppio del tempo per ripagare il debito con la cassa prodotta. Si può arrivare fino a 7 anni, senza poter investire. Mentre in Germania bastano poco più di 2 anni. Di qui la proposta di Confindustria, tra l'altro a costo zero, di allungare il rimborso dei prestiti garantiti alle imprese da 6 ad almeno 10 anni; a patto che si modifichi il Temporary framework Ue sugli aiuti di Stato.

Secondo l'Ufficio Studi di Viale dell'Astronomia, le imprese vedrebbero liberarsi risorse interne per 8 miliardi. E considerando che il rapporto tra autofinanziamento e investimenti fissi negli anni pre-crisi in Italia era stabilmente intorno all'85%, le imprese potrebbero realizzare 6,8 miliardi in più di investimenti l'anno (+0,3% di Pil solo nel 2021).

Nello stesso tempo, l'economia potrebbe già arrivare ai livelli pre-crisi alla fine del prossimo anno e si potrebbero generare 41mila posti di lavoro in più nel 2022. Il resto della spinta arriverà dagli investimenti pubblici.
Guardando al lungo periodo occorre però anche altro: le aziende devono irrobustirsi aprendosi anche a capitali esterni. Non si tratta solo di spingerle verso il mercato Aim di Borsa Italiana, il private equity o il venture capital; anche i minibond o i bond convertibili rappresentano strumenti da potenziare. Governo ed Ue dovrebbero organizzarsi con una cassetta di altri attrezzi ad hoc. E del resto, in Germania, le varie misure di patrimonializzazione hanno permesso un calo dei prestiti già nel 2020.

Ma non c'è ripresa senza occupazione. E dunque per il presidente Bonomi si deve partire dall'innalzamento dell'occupabilità dei giovani «attraverso un nuovo ammortizzatore sociale universale e politiche attive del lavoro basati entrambi su formazione e rioccupabilità». Non più sgravi contributivi a tempo, ma una revisione strutturale dei contributi versati, più bassi nei primi anni di anzianità e poi in crescita. Serve infine una riforma della cig, distinzione tra crisi aziendale reversibile e non, rimettere mano al Decreto Dignità e uscire dal blocco dei licenziamenti.
 

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