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Gros-Pietro (Intesa Sanpaolo): «Giusto guardare all'estero, ma ci vuole reciprocità»

Il presidente di Intesa Sanpaolo: «La crescita degli istituti stranieri in Italia è avvenuta in modo non simmetrico»

Gros-Pietro (Intesa Sanpaolo): «Giusto guardare all'estero, ma ci vuole reciprocità»
di Luca Cifoni
4 Minuti di Lettura
Sabato 4 Giugno 2022, 00:19 - Ultimo aggiornamento: 01:16

Il consolidamento del sistema bancario deve avvenire in modo simmetrico a livello europeo: bene se gli istituti di altri Paesi vengono in Italia, ma serve anche reciprocità. È l’analisi di Gian Maria Gros-Pietro, economista e presidente del cda di Intesa Sanpaolo e presidente del master presso la Luiss sul family business, che ha partecipato al Festival dell’Economia di Trento.

Il governatore Visco ha tracciato un quadro abbastanza positivo del sistema bancario italiano, pur rilevando alcuni rischi.
«Sì, Visco ha riconosciuto il grande miglioramento delle banche sia per quanto riguarda i coefficienti patrimoniali, sia per la riduzione dei crediti deteriorati. Oggi le banche significative del nostro Paese sono sostanzialmente in linea con le concorrenti europee. In più non si sono materializzati i rischi paventati con le moratorie: i pagamenti sono ripresi. Resta qualche elemento di debolezza per gli istituti piccoli e si pone, come sottolineato dal governatore, il tema della redditività, che va risolto se vogliamo reggere la competizione».

Per la redditività che spazi di miglioramento ci sono?
«La strada obbligata è investire in tecnologie. Dobbiamo portare avanti il nostro progetto di banca digitale e mettere i nostri clienti in condizione di utilizzare nuovi strumenti. Senza venire meno allo stare a fianco dei clienti con maggiori difficoltà per motivi di età o per fattori geografici».

E le aggregazioni? Qual è lo scenario dei prossimi mesi?
«Se parliamo di consolidamento bancario il nostro Paese ha fatto più di altri, anche attraverso il rafforzamento di istituti esteri sul mercato italiano. Ma questo è avvenuto in modo non simmetrico. Ad esempio la Francia è ben rappresentata da noi: io credo che la presenza di importanti operatori esteri sia una garanzia di concorrenza e quindi di efficienza. Però è bene che ci sia reciprocità».

Intanto le prospettive economiche peggiorano, anche se le statistiche lo rilevano solo parzialmente.
«Sì, in Italia il primo trimestre è andato leggermente meglio del previsto perché risente solo in piccola misura di quello che è successo con l’invasione dell’Ucraina. Invece la tempesta sui prezzi delle materie prime, che era in corso già da prima, è sotto gli occhi di tutti. Ma c’è una divaricazione tra Stati Uniti ed Europa. Pensiamo al prezzo del gas, che da noi è cresciuto di più. Se questa asimmetria si riflettesse anche sulle quantità, se si riducessero sensibilmente le nostre forniture a causa delle sanzioni o per una decisione della Russia, allora ci sarebbero problemi seri per la competitività delle nostre imprese rispetto a quelle americane».

I Paesi europei stanno faticosamente cercando di ridurre la dipendenza da gas e petrolio russi. È una scelta giusta?
«È giusto porsi l’obiettivo di non dipendere dalla Russia, ma le stesse autorità europee si sono rese conto che nell’immediato non si può fare a meno del suo gas. Bisogna mettersi in condizione di potervi rinunciare in futuro, ma questo richiederà del tempo. Per l’Italia non meno di un anno, perché ci servono i rigassificatori, ma questi poi devono essere collegati a metanodotti che richiedono autorizzazioni: ricordo solo quanto c’è voluto per il Tap. E poi c’è da gestire la transizione ecologica».

Con l’emergenza guerra è destinata a rallentare?
«È stato inevitabile in alcuni Paesi far ripartire le centrali a carbone, ma questo rappresenta un passo indietro. Però sappiamo tutti che dobbiamo accelerare. L’investimento nelle rinnovabili è anche una questione di sovranità: ci rendiamo meno dipendenti dai fornitori. Come Paese abbiamo un grande potenziale nel solare e nell’eolico e aggiungo anche nelle tecnologie per il riciclo, che sono fondamentali per il recupero dei materiali rari necessari per le rinnovabili».

Come vede il mercato del lavoro?
«Anche qui c’è una divaricazione tra Stati Uniti e Europa. In America, dove ci sono molti meno vincoli, la domanda di lavoro è ripartita fortissima dopo la pandemia e questo ha permesso ai lavoratori di chiedere retribuzioni più alte. Quindi si è innescato un meccanismo classico di spirale tra prezzi e salari. Una spirale che in Italia non è ancora evidente, ma che potrebbe partire nei prossimi mesi».

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