Il paradosso telefonia: traffico su, margini giù. Con le mini-tariffe le telco sono all’angolo

Il paradosso telefonia: traffico su, margini giù. Con le mini-tariffe le telco sono all’angolo
di Andrea Bassi
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Mercoledì 3 Novembre 2021, 14:25 - Ultimo aggiornamento: 4 Novembre, 14:07

Lo si potrebbe definire il paradosso delle telecomunicazioni. Oppure si potrebbe chiedere in prestito una battuta al principe della risata Antonio De Curtis, in arte Totò: «L’operazione è perfettamente riuscita. Ma il paziente è morto».

Il paziente in questione è il mercato italiano delle telco con i suoi principali attori, le grandi società di telefonia. Il paradosso è questo: le reti stanno esplodendo di traffico, nel fisso, nel mobile, nella banda larga, persino le chiamate voce sono ripartite a razzo. Eppure, dice l’AssTel, la principale associazione di settore degli operatori, ci sono «forti punti interrogativi sulla sostenibilità prospettiva dell’industry». La malattia che affligge le telco, le compagnie di telecomunicazione, è nota da tempo: i prezzi a cui vendono i loro servizi sono troppo bassi. O meglio, sono troppo bassi rispetto all’esigenza delle società di dover continuamente investire nelle nuove tecnologie e nell’acquisto delle licenze: 3G, 4G, ora il 5G.

IL TEMA

Per capire quello che sta accadendo bastano pochi numeri. Nel 2008, dodici anni fa, il settore delle telecomunicazioni nel suo complesso fatturava 44,8 miliardi. Poco più di 23 miliardi erano i ricavi della telefonia mobile, 21,6 miliardi quelli del fisso. Dopo poco più di due lustri i ricavi complessivi del settore sono scesi a 28,5 miliardi di euro. Più di 16 miliardi di euro di fatturato perso. La sola telefonia mobile ha ceduto ben 10 miliardi, scendendo a 13 miliardi di ricavi. Il valore più basso degli ultimi dodici anni. E questo è un bel problema per un settore, come detto, che ogni anno deve investire nel suo complesso tra 7 e 8 miliardi di euro per creare nuove reti (si pensi al 5G o all’ultrabroadband fisso) e per mantenere efficienti quelle che già operano. Nel 2008, sempre dodici anni fa, il settore nel suo complesso aveva un margine (Ebitda) di 15,8 miliardi. Tolti 6,4 miliardi per fare gli investimenti, ne restavano oltre 9 per pagare gli interessi sul debito, per pagare le tasse e per remunerare gli azionisti delle società. Lo scorso anno, nel 2020, il margine degli operatori è stato di 10 miliardi e ne hanno dovuti spendere 7,5 per gli investimenti. Per pagare gli interessi sul debito, per pagare le tasse allo Stato e remunerare gli azionisti, sono rimasti solo 2,5 miliardi. Il giogo insomma, rischia ormai di non valere più la candela. Margherita Della Valle, chief financial officer di Vodafone Italia, in un’intervista al Messaggero ha spiegato come il ritorno del capitale investito sia «mediamente del 4% mentre il costo del capitale per un gruppo come Vodafone è tra il 7 e l’8%». Un vero e proprio allarme sull’ipercompetizione nel settore che rischia di rendere economicamente non conveniente investire. In soli tre anni il prezzo dei servizi di telecomunicazione è sceso del 10 per cento. E, per ora, la corsa al ribasso sembra non fermarsi. Ma come si è arrivati a questo punto?

IL MECCANISMO

Una parte della responsabilità è della Commissione europea, e in particolare dell’Antitrust comunitario guidato dalla commissaria danese Margrethe Vestager. Per anni ha portato avanti la tesi dei «quattro operatori». In ogni mercato europeo in cui c’erano operazioni di fusione tra due operatori del settore, il rimedio imposto dall’Antistrust per dare il via libera all’operazione era l’ingresso di un quarto soggetto sul mercato. In Italia, per esempio, per acconsentire al matrimonio tra Wind e 3, sono state aperte le porte a Iliad. Pochi dipendenti, nessuna necessità d’investimento, visto che opera sulle reti degli altri operatori, spese solo per marketing e promozione. Un modello di business, insomma, distruttivo per gli altri operatori costretti a combattere una battaglia impari a suon di sconti. Eppure il modello dei “quattro operatori” in ogni mercato è ormai messo in discussione. Persino la Vestager sembra aver iniziato a cambiare idea. Uno studio di Gsma condotto nel 2020 ha mostrato che durante la prima fase evolutiva di un mercato 4G (focalizzato sulla copertura della popolazione) i mercati più concentrati hanno realizzato il roll-out della rete nel territorio più velocemente di mercati con quattro operatori. Una volta completata la copertura (circa il 90% della popolazione), i mercati maggiormente consolidati hanno fornito migliori performances per gli utenti in termini di maggiore velocità di download (+13% dal 2011 al 2018), upload (+16%) e di latenza (-15%), quest’ultima fondamentale per una migliore user experience su video streaming, video call e gaming, rispetto ai mercati meno concentrati, fornendo quindi nel complesso un prodotto migliore ai propri clienti.

LO SVILUPPO

 La maggiore capacità della rete si rivela molto importante anche in relazione al futuro sviluppo della rete 5G. Anche in termini di investimenti, Gsma ha rimarcato una crescita in termini quantitativi degli investimenti per operatore nei mercati più concentrati. Insomma, la guerra dei prezzi con gli sconti continui se nel breve periodo è un bene per i consumatori, nel lungo periodo rischia di danneggiarli attraverso l’offerta di servizi peggiori. Il vento però, sembra stia cambiando. Luigi Gubitosi, l’amministratore delegato di Tim, durante la presentazione dei conti trimestrali, bocciati dal mercato proprio per il deterioramento dei margini dovuto alla guerra dei prezzi, ha annunciato l’intenzione di un aumento selettivo. Siamo convinti, ha detto, che il resto del mercato farà lo stesso. Iliad a parte, che ha già preannunciato il suo ingresso anche nel mercato del fisso.

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