Giustizia, l'allarme degli avvocati: «Dieci anni per una causa civile»

Lunedì 3 Febbraio 2020 di Marcello Ianni

Un distretto piccolo quello abruzzese ma contagiato dalle problematiche di quelli più grandi che stanno portando al collasso la giustizia soprattutto all’Aquila, già gravata dai problemi post sisma, dalla rotazione dei magistrati, dal numero ridotto delle toghe e del personale amministrativo. Il grido d’allarme è stato lanciato sabato dal presidente distrettuale dell’ordine degli avvocati, Maurizio Capri in occasione della cerimonia di apertura del nuovo Anno giudiziario. «Nel civile i ritardi nei processi aumentano e quindi occorrono oltre dieci anni per avere i tre gradi di giudizio – ha detto Capri - e questa è una cosa vergognosa. Purtroppo la lentezza dei processi aumenta così come l’arretrato e si continua a fare ricorso ai giudici onorari. Nel penale non stiamo certamente meglio perché anche nel Tribunale dell’Aquila ci sono degli arretrati. Abbiamo avuto tre, quattro magistrati che si sono succeduti».

«Il problema – ha detto sempre il presidente Capri - purtroppo è grigio e va verso il nero. La preoccupazione è che nei prossimi anni con l’ulteriore proroga sui quattro tribunali minori sui quali incombe la soppressione che noi ovviamente vogliamo scongiurare, non si manda personale amministrativo e non si mandano magistrati. Adesso è arrivato il momento in cui occorre metterci le mani perché è vero che fanno dei concorsi a livello nazionale ma in Abruzzo arriva pochissimo personale. Ci sono una serie di problemi che si intrecciano e provocano dei ritardi che stanno diventando insostenibili. Noi siamo un distretto piccolo rispetto a Milano, Roma - ha detto sempre Capri -. Per questo motivo dovrebbe funzionare tutto bene e invece cominciamo a registrare problematiche da grande distretto e questo è il segnale che complessivamente la giustizia sta sulla strada del collasso. Quando ti addentri in un processo quando ne esci più, noi ad esempio ancora andiamo in giro da dieci anni sui processi legati al post terremoto, e qui si intreccia anche il discorso della prescrizione: un cittadino ad esempio come è successo in un caso che seguo io, esce fuori con un’assoluzione con la formula più ampia e quello dopo dieci anni è innocente. Allora cosa deve dire. Addirittura vogliamo fare che un procedimento non si prescrive mai così non stiamo a dieci, ma venti anni sotto processo e poi magari il cittadino innocente gli diciamo che abbiamo scherzato. Il problema della prescrizione aggraverebbe ancora di più questo quadro già desolante».

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