Chieti, non abusò della ex: in carcere da innocente

Mercoledì 29 Gennaio 2020 di Stefano Buda
Chieti, non abusò della ex: in carcere da innocente

Un clamoroso errore giudiziario è costato un anno e mezzo di carcere, più altri diciotto mesi ai servizi sociali, a Gabriele Colella, 58enne residente a Manoppello, condannato per violenza sessuale sulla base di false accuse mosse nei suoi confronti dalla ex compagna. Il suo calvario, iniziato con una sentenza del tribunale di Chieti, si è concluso soltanto pochi giorni fa, a diciassette anni di distanza dall’inizio della vicenda, con la sentenza della Corte di Cassazione che ha decretato la sua completa estraneità ai fatti contestati. Nel frattempo, però, la vita di Colella è stata stravolta: oltre all’onta degli arresti, il 58enne è stato costretto a versare 40mila euro di risarcimento alla donna. Inoltre ha perso il lavoro, non ha più trovato un impiego e durante il periodo dell’ingiusta detenzione si è ammalato di diverticolite e artrosi. Facile a questo punto ipotizzare che lo Stato sia costretto a sborsare un sostanzioso risarcimento che, in ogni caso, difficilmente potrà ripagare Colella delle sofferenze patite.

«È stato un vero e proprio incubo – racconta la vittima dell’errore giudiziario – mia madre è morta mentre ero in carcere e quel giorno mi portarono in chiesa con il cellulare a funerale già concluso, come fossi un vero delinquente». Ci sono voluti cinque gradi di giudizio e poco meno di un ventennio per riconoscere l’errore, determinato in particolare dal fatto che, nell’intero corso del primo iter processuale, nessuno si è preso la briga di esaminare i tamponi vaginali, prelevati in ospedale, proprio allo scopo di verificare se sul corpo della presunta vittima fosse presente il dna dell’imputato. 

Così fu presa per buona la versione della donna, che nell’agosto del 2003, dopo l’ennesima lite al termine di un burrascoso rapporto di convivenza, denunciò di essere stata costretta da Colella ad avere un rapporto sessuale completo. L’uomo finì a processo davanti al tribunale di Chieti che, in primo grado, nonostante il referto del pronto soccorso non evidenziasse lesioni compatibili con la violenza carnale, lo condannò a 6 anni di carcere. La Corte d’Appello dell’Aquila, nel 2009, ridusse la pena a 3 anni e 10 mesi, e la Cassazione, due anni dopo, rese definitiva la sentenza di condanna. Colella, però, non si perse d’animo e continuò a combattere. Deciso ad affermare la propria innocenza anche dopo avere scontato la pena, Colella si rivolse all’avvocato Giuseppe Sabato, che riuscì a ottenere la revisione del processo, insieme all’analisi dei campioni biologici conservati nell’ospedale di Chieti. Proprio le analisi hanno giocato un ruolo decisivo, in quanto i risultati – come illustrato dal perito nominato dalla Corte d’Appello di Campobasso - hanno consentito di stabilire che erano presenti tracce di Dna maschile nelle parti intime della donna, ma che non erano appartenenti a Colella.

Alla luce di questa prova, già disponibile all’epoca del primo processo, ma inspiegabilmente mai acquisita né valutata dai giudici, nel dicembre del 2018 la Corte molisana ha finalmente assolto l’imputato «perché il fatto non sussiste». In seguito la donna ha tentato di ottenere l’annullamento della sentenza a lei sfavorevole, proponendo ricorso davanti alla Corte suprema, ma la Cassazione ha confermato la piena innocenza di Colella. Resta lo sgomento per il clamoroso errore giudiziario.
 

Ultimo aggiornamento: 16:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA