Pinotti: «In Libia missione Onu come in Libano e l’Italia guiderà la coalizione»

Domenica 15 Febbraio 2015 di Marco Ventura
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«L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste. Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, pesa le parole. «Ne discutiamo da mesi, ma ora l’intervento è diventato urgente».



Ci saranno truppe di terra?

«Dipenderà dallo scenario. Si dovranno anestetizzare realtà dove ci sono infiltrazioni terroristiche, e fare peace-keeping nel resto del territorio. Le stesse autorità libiche potranno richiedere un’operazione simile a quella in Iraq: truppe che combattono l’Isis, altre che presidiano il territorio. Disponiamo di tre forze armate più la quarta, i carabinieri, che operano come un tutt’uno. Mezzi, composizione e regole d’ingaggio li decideremo con gli alleati in base allo spirito e al mandato della missione Onu».



Saremo noi a guidarla?

«L’Italia immagina d’avere un ruolo di leadership in Libia come l’abbiamo avuto in Libano, per motivi geografici, economici, storici. Gli interlocutori internazionali individuano nell’Italia la nazione col ruolo di protagonista: per quanto conosce la Libia, per la sua storia, per le aspettative dei libici».



L’opposizione critica questi annunci fuori dal Parlamento.

«Si riferisce a Elio Vito? Stiamo parlando di ipotesi, non c’è alcuna decisione. Il governo italiano lancia un monito alla comunità internazionale. Inoltre, tutti i segnali in Parlamento sono andati finora nel senso di una preoccupazione condivisa. Rassicuro tutti: ogni decisione e passaggio verrà fatto in Parlamento. Giovedì il ministro Gentiloni fornirà informazioni e valutazioni».



C’è spazio per la diplomazia?

«Seguiamo e favoriamo i tentativi dell’inviato dell’Onu, che ha fatto passi avanti senza però giungere a una conclusione che eviti alla Libia di cadere nelle mani dell’Isis. L’avanzata del Califfato è tumultuosa e preoccupante non tanto a Derna, dove da tempo il jihadismo è forte, quanto a Sirte e a Tripoli, dopo l’attentato efferato e simbolico all’Hotel Corinthia che ospita le delegazioni internazionali».



Perché la Libia è così pericolosa?

«È un grande paese strategico anche per la posizione, e da anni è fuori controllo. La dittatura di Gheddafi aveva mascherato le lacerazioni interne. Bisogna fare come nei Balcani, dove per scongiurare la bonifica etnica abbiamo invitato decine di migliaia di uomini e abbiamo contingenti dopo vent’anni per stabilizzare territorio. In Libia, eliminato il tappo Gheddafi, le tensioni sottostanti sono esplose. Oggi la Libia è un pericolo per tutto il mondo, in particolare per i paesi vicini e confinanti. I governanti di Egitto, Algeria, Tunisia, ma anche degli Emirati, ci dicono che se la Libia cadesse preda dell’Isis, la lotta diverrebbe immane».



Quali paesi faranno parte della coalizione?

«Si possono ipotizzare quelli dell’area. Ma non dev’essere una coalizione dall’aspetto minaccioso verso i libici. Unico interesse è la pace. In Europa, sicuramente l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna, Malta e altri che aderiranno. Gli Stati Uniti saranno coinvolti nella strategia, quanto alla partecipazione diretta si vedrà».



I tempi?

«Il rischio è imminente, non si può aspettare oltre. L’Italia ha esigenze di difesa nazionale, di non avere il Califfato che ci governa di fronte. Ma vogliamo coordinarci con altri in un sistema di legalità internazionale. Il tempo dell’attesa non deve consentire all’Isis di conquistare la Libia. In Ucraina ci auguriamo che il cessate il fuoco regga. Ma c’è a sud un nemico terribile, nuovo e diverso, che da una parte cerca di prendere territori, dall’altra fa propaganda tanto da impiegare un reporter inglese come portavoce di come si vive bene nel Califfato. Il video del pilota giordano bruciato vivo è una costruzione sofisticata di scenografia dell’orrore, un messaggio di potenza che arriva drammaticamente a chi si sente bistrattato nelle banlieu e diventa foreign fighter. Dovremo essere presenti in Libia come siamo intervenuti in Iraq al fianco dei valorosissimi curdi».



Quanto è pericoloso, militarmente, il Califfato?

«Un paio di mesi fa avevamo stimato circa 25mila combattenti, con una capacità di aumentare di 1000-1500 al mese. Oggi potrebbero essere 30mila o anche più. Ci sono stati momenti di ombra sul destino degli armamenti di Gheddafi, perciò dobbiamo stare attenti alle armi che possono avere».



Poi c’è il terrorismo, ora anche in Danimarca. E Gentiloni è stato definito dalla radio dell’Isis come ministro crociato.

«Tutti i paesi occidentali sono a rischio, in particolare quelli della coalizione anti-Isis. In Italia è minore il numero di foreign fighters, ma possono esserci infiltrazioni. Col decreto anti-terrorismo abbiamo messo in campo misure giuridiche e strumenti di intelligence, oltre a 5mila militari su obiettivi sensibili. Alla coalizione anti-Isis abbiamo dato 525 uomini. Sappiamo che questo ci rende nemici forti e determinati dei terroristi. Abbiamo alzato il livello di attenzione. La sicurezza interna e quella esterna vanno affrontate insieme. Bisogna combattere il terrorismo all’interno, e fermare all’esterno la costituzione dello Stato del Califfato».



Lampedusa è un bersaglio?

«Abbiamo un sistema di difesa anche perché le nostre coste più esposte siano salvaguardate».



I terroristi possono arrivare coi barconi?

«È una possibilità che non possiamo escludere». Ultimo aggiornamento: 12:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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