Stipendi pubblici e pensioni salvano le famiglie umbre

Stipendi pubblici e pensioni salvano le famiglie umbre
di Fabio Nucci
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 27 Maggio 2020, 09:16

PERUGIA - Il lockdown rischia di mandare in cortocircuito le famiglie umbre che già brillano poco quanto a reddito medio che pure nel 2018, secondo gli ultimi dati Istat disponibili, era cresciuto dell’1% arrivando a 18.350, posizionandosi come al solito tra Marche e Abruzzo. Ma rispetto ad altre regioni, l’elevata incidenza di pensioni e stipendi pubblici, ha in molti casi puntellato i bilanci domestici regionali. «La funzione di ammortizzatore sociale delle pensioni – spiega Elisabetta Tondini, ricercatrice dell’Agenzia Umbria Ricerche – si fa sentire specie nei periodi di recessione e in particolare in regioni ad alto tasso di invecchiamento, come l’Umbria».
Così, in una situazione che nei primi quattro mesi dell’anno ha visto le ore di Cassa integrazione guadagni, ad esempio, crescere del 661%, con oltre 12,8 milioni di ore autorizzate, la presenza di entrate sicure ha attutito le conseguenze negative delle misure anti-covid. Considerando i dati aggiornati con le dichiarazioni 2019 del Mef, l’Umbria conta 630mila contribuenti Irpef, il 51,3% rappresentato da lavoratori dipendenti, il 38,4 da pensionati, per un reddito complessivo (esclusa la cedolare secca) pari a 12,4 miliardi di euro. Ne consegue, considerando i circa 50mila dipendenti pubblici, che quasi il 50% del reddito dichiarato può considerarsi in cassaforte, derivando da pensioni o stipendi pubblici. Ai quasi 5 miliardi di reddito da pensione, si aggiunge un altro miliardo e 100 milioni circa derivante dagli stipendi della PA. «Macchina pubblica che - come evidenzia Elisabetta Tondini in una recente ricerca Aur – garantisce un reddito superiore (18% del valore aggiunto) rispetto all’industria manifatturiera (16,5%), mentre in Italia i due settori si equivalgono (rispettivamente 16,6% e 16,7%)».
È come se il “fardello” della Pubblica Amministrazione abbia fatto in passato e continui a fare ancora oggi da scudo, proteggendo la regione, insieme alle pensioni. «Produciamo meno – aggiunge Elisabetta Tondini – visto che il PIL pro capite umbro è in progressivo allontanamento dalla media italiana (nel 2017 la distanza massima, si quasi 15 punti), ma dal punto di vista distributivo, considerando come punto di osservazione le singole famiglie, la situazione dell’Umbria, rispetto alla media nazionale migliora, anche per effetto di una distribuzione dei redditi nella regione un po’ più equa di quella italiana». Nel 2016, le famiglie umbre la cui fonte principale di reddito è rappresentata da pensioni e trasferimenti pubblici rappresentavano il 40,9% del totale (il 38,7% in Italia) e si caratterizzava per un reddito mediano di 23.170 euro correnti, risultando l’Umbria seconda dietro l’Emilia Romagna. «Nel corso degli anni di crisi il reddito delle famiglie sorrette principalmente da trasferimenti pubblici è leggermente aumentato – osserva la ricercatrice Aur - mostrando sempre un’importante distanza tra il livello umbro e quello italiano, a favore del primo».
Questo non significa, purtroppo, che la regione sia ricca, considerando il gap esistente quanto a ricchezza prodotta pro capite: 24.326 euro a fronte dei 28.494 euro nazionali (dati 2017). «Considerando la distribuzione dei redditi umbri, tuttavia, tenendo conto di quanto si paga in tributi e quanto si riceve in trasferimenti statali – aggiunge Elisabetta Tondini – si produce una differenza positiva che risolleva un po’ le sorti della regione. Ne deriva che, guardando il reddito disponibile delle famiglie, siamo messi meno peggio rispetto a quanto dica il Pil che dà invece una dimensione di quanto viene prodotto nella regione. Aspetto sul quale l’Umbria resta molto debole».

© RIPRODUZIONE RISERVATA