«Quell'azienda edile è contaminata dalla 'ndrangheta». Parola di giudici

Sabato 19 Settembre 2020 di Egle Priolo
La sede della prefettura di Perugia

PERUGIA - «Contaminata», dunque comprata dalla ‘ndrangheta. Dai soldi del traffico di droga che fanno sempre troppa gola. In questo caso, ai legali rappresentanti di un’azienda edile perugina. Lo scrivono i giudici del Consiglio di Stato mettendo così fine a una battaglia giudiziaria andata avanti mesi.

Il Consiglio di Stato ha infatti riformato la sentenza del Tar Umbria che ha accolto la domanda di annullamento del provvedimento del prefetto di Perugia, con il quale è stata rilasciata l’informazione interdittiva antimafia nei confronti dell’azienda «e, nel contempo, è stata rigettata l’istanza di iscrizione della stessa negli elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa (c.d. white list)».
Il 18 aprile 2019, infatti, la prefettura ha emesso il provvedimento a contenuto interdittivo, essendo emersi dalle indagini delle forze di polizia e dalla Dia, elementi - riassume il Consiglio di Stato - «che avrebbero permesso di dedurre una contiguità della società ad ambienti legati alla criminalità organizzata». In pratica, sono emersi contatti tra il legale rappresentante della società, legato a una cosca della ‘ndrangheta e una terza persona, che si sarebbe spesa per evitare il licenziamento di un dipendente. Entrambi, si legge nella sentenza «sono risultati appartenere alla criminalità crotonese; molteplici dipendenti della società e sono risultati coinvolti, alcuni arrestati e poi processati, per reati di rilievo sotto il profilo antimafia». Da qui l’interdittiva. Che però, appunto, dopo a novembre è stata annullata dal Tar dell’Umbria. Sentenza, infine, impugnata dai ministeri dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e dalla prefettura di Perugia lo scorso gennaio. «In particolare - è la tesi riassunta dai giudici -, il Tar avrebbe errato nel compiere un’indebita operazione di parcellizzazione del quadro indiziario posto a fondamento dell’atto prefettizio. Al contrario, il contesto di insieme che è emerso dall’attività istruttoria sarebbe sufficiente a dimostrare la sovraesposizione della società alla volontà criminale della ‘ndrangheta».

«Nel merito l’appello è fondato - scrive la terza sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Franco Frattini -, avendo il primo giudice valutato l’impianto istruttorio sommariamente, dando rilevanza a singoli elementi che non solo non sempre corrispondono alla realtà fattuale ma che, se visti in un’ottica globale e complessiva – che necessariamente deve connotare lo scrutinio del provvedimento interdittivo –, fanno certamente presumere, secondo la logica del “più probabile che non”, che l’attività della (società) sia contaminata dalla ‘ndrangheta crotonese».
Il Consiglio di Stato bacchetta in più passaggio il Tar umbro, in particolare sottolineando come i giudici amministrativi non abbiano «dato il giusto peso ai contatti, avutisi almeno sino al 2017» tra la società e quel «soggetto considerato organico, ed anzi referente, alla cosca di ‘ndrangheta». E conta poco che potesse essere agli arresti, «atteso che l’influenza pressante della criminalità organizzata può essere organizzata, con regia silenziosa ma potente, anche dal carcere». Considerando anche gli altri dipendenti in odore di ‘ndrangheta (compreso quello “protetto” dal licenziamento), gli elementi su cui si è basato il prefetto - chiude il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso - erano sufficienti «ad evidenziare il pericolo di contiguità con la mafia, con un giudizio peraltro connotato da ampia discrezionalità di apprezzamento».
Alla società, insieme all’esclusione dalla white list, è arrivata quindi anche la condanna al pagamento delle spese per ottomila euro.

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