L’addio a Giuseppe Gori, l’imprenditore che incantò anche la Cina

Domenica 18 Ottobre 2020

TERNI Il ricordo dell’ingegnere Luigi Corradi dell’imprenditore Giuseppe Gori, morto ieri all’età di 98 anni e che ha fatto la storia dell’imprenditoria italiana. Gori è il fondatore dell’azienda “Edilgori”, che si è imposta fin dagli anni ‘50 divenendo leader in Italia nell’utilizzo dei prefabbricati per la realizzazione degli edifici industriali, dei capannoni multipiano, delle strade e dei travi da ponti. Tra i progetti realizzati dall’impresa figurano opere di grande pregio progettate da architetti di fama internazionale come Mayer e Portoghesi. I funerali si svolgeranno domani (lunedì) alle 11 alla chiesa di Santa Maria Reggina.

Lo ricorda l'ingegnere ternano Luigi Corradi. «Io quando lo incontravo, nei settimanali incontri con i soci dello Sci Club Ternano, anche se aveva quasi 99 anni, vedevo in lui quello di sempre. Quello che ci esortava ad essere noi stessi, ad amare la natura, a dire la verità, a farsi rispettare non per meriti ereditati ma per il quotidiano duro lavoro e per l’orgoglio di un esemplare comportamento durante gli anni terribili dell’ultima guerra. Lo ricordo ancora in visita in Cina nel 2007, per la meraviglia, il rispetto e la disponibilità e per come fu accolto a Beijing, Shangay, Hong Kong con grandi cartelli onoriamo Giuseppe Gori un esemplare imprenditore italiano leader nel calcestruzzo precompresso” e la conseguente visita al suo ultimo lavoro, la costruzione della chiesa di Tor Bella Monica a Roma, una meraviglia nell’uso del calcestruzzo precompresso. Non parlava molto. Di lui parlavano gli altri, i progettisti, Toto Michetti professore emerito della Sapienza, gli impresari, i fratelli Albert di Terni, i suoi dipendenti, i pochi amici che frequentava.
Il tempo non lo aveva cambiato: magro e mobile sul lavoro, atletico sugli sci sempre in moto fisico ed intellettuale, solo qualche ruga in più negli utili anni.
Del suo tempo in guerra non parlava mai: i ricordi esemplari e commoventi li abbiamo tutti appresi dalla sua compagna Mira, scomparsa da poco tempo, che conobbe in un campo di concentramento tedesco cui era confinato per il rifiuto a collaborare con il nemico dopo la sua cattura nel 1943. Era polacca, militava nella resistenza e per sposarla nel 1945 rientrò in patria dopo alcuni mesi. Chi lo avrebbe fatto. Non dobbiamo metterlo su di un piedistallo, non ne ha bisogno. Abbiamo solo il dovere di ricordarlo per la sua serietà e impegno nel lavoro e per la vita piena di fatti veri e vissuti che ha fatto.
Nell’ultimo incontro di sabato scorso con gli amici dello Sci Club di Terni, si scherzava perché gli volevamo organizzare la festa per i cento anni. Pensavamo che l’amministrazione comunale sarebbe stata felice di ricordarlo nell’apertura di qualche seduta o presentandolo alle scolaresche, purtroppo non più accompagnato da Mira, per ricordare ai giovani il suo passato. O anche che probabilmente la toponomastica cittadina lo avrebbe certamente ricordato. Peppino non rispose affatto. Qualcuno dirà che tutto questo è sentimentalismo. Lo dica pure, ma è cosi che lo dobbiamo ricordare».

 

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