Coronavirus, ecco le sentinelle anti contagio

Coronavirus, ecco le sentinelle anti contagio
di Luca Benedetti
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Sabato 7 Marzo 2020, 12:55 - Ultimo aggiornamento: 15:46

PERUGIA- Alla Asl 1, cioè la Azienda sanitaria del Perugino, sono in dodici: sette medici e cinque assistenti sanitari. Sono le sentinelle anti contagio. Al di là dei buoni comportamenti di ognuno di noi, al di là delle norme imposte dai decreti: sono loro che vigilano giorno e notte su chi si trova in isolamento. Fanno la sorveglianza attiva di chi ha incontrato, anche solo di striscio, il coronavirus.
Li guida il dottor Massimo Gigli, direttore della Struttura complessa igiene e sanità pubblica. La base nei padiglioni del parco di Santa Margherita, ma uffici sparsi in tutto il territorio della Asl. Da quando il virus si è palesato anche in Umbria, lavorano anche diciotto ore al giorno, telefonino sempre acceso e panino per tenersi su. Naturalmente avrebbero bisogno di rinforzi.
Dottor Gigli, in cosa consiste il vostro lavoro nella sfida al Covid-19?
«Al nostro personale compete l’effettuazione dell’inchiesta epidemiologica a seguito dell’evidenziazione di casi sospetti o confermati di Covid-19, nonché l’indicazione all’isolamento domiciliare delle persone che vengono individuate come contatti importanti di casi di positività».
Cosa significa sorveglianza attiva?
«Significa individuazione di una scheda che parte dall’inchiesta epidemiologica effettuata e significa verificare con cadenza giornaliera, uno o due volte, direttamente dalla viva voce dell’interessato l’evidenziazione di situazioni che manifestino segni clinici della malattia a partire dalla febbre. Febbre che devono misurare almeno due volte al giorno con orari fissi. Ma anche sintomi respiratori, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie, dolori diffusi e cefalee che possono essere presenti in Covid-19. Vanno segnalati anche arrossamenti congiuntivali e i rari sintomi gastrointestinali. Tutto questo, naturalmente, per 14 giorni».
Dottor Gigli, cosa significa e come si svolge l’isolamento domiciliare di chi è risultato positivo?
«Innanzitutto non si deve uscire di casa per i tradizionali 14 giorni. E poi si deve avere la possibilità di organizzare al meglio gli spazi dentro casa. Con spazi il quanto più possibile indipendenti. Si deve indossare la mascherina protettiva, avere un bagno di uso esclusivo, dormire da soli, lavarsi spesso le mani, eliminare i rifiuti personali, si pensi ai fazzolettini mono uso in caso di starnuto. Non si devono consumare i pasti insieme agli altri componenti della famiglia. Che, da parte loro, devono indossare i guanti quando si fanno attività ravvicinate, anche i familiari devono lavarsi spesso le mani. I locali dove si vive vanno areati il più possibile».
Direttore, facciamo un passo indietro. Quando sentiamo parlare di indagine epidemiologica su un caso accertato, cosa fate esattamente?
«Significa analizzare, tramite la memoria della persona che è stata contagiata dal virus, la vita nei 14 giorni precedenti ai sintomi. Ci devono dire con chi sono stati, che ambienti hanno visitato, se sono stati in scuole, università, ospedali».
E tutte questo domande le fate alla persona che ha contratto il virus in maniera diretta o al telefono?
«Generalmente al telefono. In caso utilizziamo tutte le precauzioni e i dispositivi di protezione individuale»:
Dottor Gigli quante persone seguite, a oggi, in isolamento domiciliare?
«Sono circa 200 i soggetti in isolamento domiciliare che tutti i giorni dobbiamo verificare con la sorveglianza attiva. La gran parte è asintomatica, ma ci sono anche 5 casi il isolamento domiciliare.
Oltre a chi è sottoposto a sorveglianza attiva, con chi avete contato ogni giorno e quali sono le domande più frequenti che vi sentite fare?
«Con i medici di base, con i Pronto soccorso e con il 118 : tutti colleghi da cui arrivano domande molto specifiche su comportamenti e anche su come gestire i sintomi che un potenziale paziente racconta. Ci chiedono come inquadrare un certo tipo di febbre, se un caso può ritenersi sospetto o no. Di fatto effettuiamo consulenze».
Direttore, se un caso che seguivate come asintomatico o sospetto diventano positivo, come vi comportate?
«Per prima cosa si parte con l’indagine epidemiologica».
Che tipo di rapporto si crea con chi è blindato in casa e magari è positivo al tampone?
«Il rapporto professionale diventa un rapporto di confidenza. A volte i sintomatici chiamano per avere consigli, ma nella gran parte dei casi c’è una grandissima tranquillità nell’accettare la propria condizione. Sentiamo fiducia nei confronti del Servizio sanitario nazionale. E c’è una grande disponibilità da parte chi si trova a casa a gestire, secondo le indicazioni della sanità pubblica, la loro situazione. Abbiamo riscontrato un grandissimo senso civico».
Dottor Gigli, ma quante ore lavorate al giorno?
«Anche 18, ma le altre sei il telefonino squilla lo stesso. E noi rispondiamo».

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