Narni, gestione irregolare del canile
condannato dalla Corte dei Conti
il sindaco Francesco De Rebotti

Narni, gestione irregolare del canile condannato dalla Corte dei Conti il sindaco Francesco De Rebotti
di Nicoletta Gigli
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Martedì 22 Marzo 2022, 08:22

NARNI L’indagine per far luce sulla gestione del canile comunale di Narni è stata portata avanti dalla guardia di finanza. La vicenda, finita all’attenzione della corte dei conti con la citazione in giudizio del sindaco di Narni, Francesco De Rebotti, degli ex assessori Marco Mercuri, Marco De Arcangelis e Piera Piantoni e della dirigente, Lorella Sepi, si è chiusa con la condanna di tutti e cinque al pagamento di 149mila euro in favore del Comune. Ad amministratori e dirigente è stata addebitata una gestione “inefficiente, contraria ai principi eurounitari e interni in materia di gare ad evidenza pubblica, produttiva di un danno alla concorrenza ed imputabile a condotta gravemente colposa, del servizio di ricovero e mantenimento dei cani randagi di cui alla legge statale 281 del ‘91 e alle leggi regionali”. Dall’istruttoria condotta dalla guardia di finanza è emerso che la gestione del canile era stata affidata “per un lunghissimo periodo di tempo ad una ditta locale attraverso sei proroghe disposte tra il 2008 ed il 2012, nonché tre proroghe tra il 2012 ed il 2020”. Nel 2014 è intervenuta la cessione del ramo d’azienda del canile ad un’altra società. “Per il servizio in oggetto, il Comune di Narni, tra il 2007 ed il 2019 - si legge - ha erogato al gestore privato la somma di oltre tre milioni di euro”. In considerazione degli importi economici indicati, la procura regionale ha rilevato che “il Comune di Narni avrebbe violato le regole dell’evidenza pubblica”. Le difese di amministratori e dirigente del Comune hanno imputato il mancato svolgimento delle gare alle contestazioni del gestore e all’impossibilità di identificare il numero esatto dei cani ospitati nella struttura. Cosa che avrebbe reso impossibile la quantificazione dell’importo da porre a base della gara pubblica. Nella sentenza che condanna i cinque a pagare quasi 30mila euro ciascuno come danno erariale causato dal ricorso alle proroghe, si sottolinea che il Comune “ha fatto ampio e patologico ricorso all’istituto della cosiddetta proroga tecnica, violando i principi di libera concorrenza, parità di trattamento e trasparenza” quando invece “avrebbe dovuto prestare una cura maggiore in relazione al servizio afferente al canile rifugio, stimolando la concorrenza attraverso la promozione delle gare pubbliche, per evitare la formazione di posizioni monopolistiche e riducendo i costi a carico della collettività con una corretta programmazione del servizio”

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