The Last of Us - Part II, recensione del nuovo videogame per Ps4

Venerdì 12 Giugno 2020 di Andrea Andrei

«Li faranno ancora, i film?», chiede Dina alla sua amica Ellie mentre vagano in un paesaggio post-apocalittico tra le montagne nei dintorni di Jackson, in Wyoming, dove la natura ha riconquistato i suoi spazi e la neve ricopre le rovine di un mondo che non esiste più a causa di un'epidemia. Tutto è nostalgia, in “The Last of Us - Part II”, il nuovo e attesissimo lavoro della casa di sviluppo Naughty Dog (la stessa che ha dato vita alla saga “Uncharted”), sequel di un videogame del 2013 che ha rappresentato uno dei massimi livelli qualitativi mai raggiunti su PlayStation 3 e che ha inaugurato, grazie a un remaster, la nuova generazione di console su PlayStation 4. Ed è per Ps4 che esce, il 19 giugno (proprio quando Sony ha presentato la Ps5), questo nuovo capitolo di un'avventura cruda ma romantica, dove l'orrore si fa largo in paesaggi di una bellezza da togliere il fiato, dove rumori e grida irrompono tra le note, struggenti, di una ballata dei Pearl Jam che è fin dalle prime scene il malinconico fil rouge della storia.

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Tutto è nostalgia per Joel, che nel titolo del 2013, dopo aver perso la figlia Sarah, si ritrova ad aiutare una ragazzina di 14 anni, Ellie, ad attraversare buona parte degli Stati Uniti, da Boston a Salt Lake City, per raggiungere un rifugio. Ellie è l'unica che sembra essere immune al fungo parassita Cordyceps, che infetta gli umani trasformandoli in creature mostruose e che ha ucciso il 60% della popolazione mondiale, costringendo i sopravvissuti a chiudersi in piccole città, isolate e blindate. E quando Joel scopre che l'organizzazione di dissidenti di cui anche lui fa parte, chiamato le Luci, voleva uccidere Ellie per ricavare il vaccino al virus, decide di scappare e salvare la ragazza, rifugiandosi appunto a Jackson, tra i boschi, dove ad accoglierlo ci sono il fratello Tommy e sua moglie Maria.

Tutto è nostalgia anche per Ellie, che ora è un'adolescente dal passato drammatico e che con questo bagaglio affronta i problemi e le scoperte tipiche della sua età, fra cui la passione (ricambiata) proprio per la sua amica Dina. Ma Ellie, che è la protagonista di “The Last of Us - Part II”, quel passato sarà costretta a viverlo di nuovo, partendo alla volta di Seattle con tutte le paure, la violenza, il dolore del caso, ma con parecchia consapevolezza e maturità in più. Un viaggio estremo e difficile, tra esplorazione e combattimenti contro creature dalle caratteristiche diverse a seconda del grado di infezione (dai “Runner”, che sono al primo stadio e aggrediscono in maniera scoordinata ai temibili “Clicker”, che non possiedono la vista ma sferrano attacchi letali, fino alla specie più pericolosa, gli umani), in un percorso che la cambierà inevitabilmente, proprio com'era successo, anni prima, a Joel. Un percorso con cui però cercherà di rimettere insieme i frammenti della sua esistenza, e che le farà riscoprire anche come la parte più importante di un viaggio siano le persone con cui lo condividi.
 

 

«Certo», risponde Ellie a Dina, «io d'altronde scrivo canzoni». Tutto è nostalgia in “The Last of Us - Part II” eppure, tra la violenza quasi onnipresente (alcuni trailer apparsi in rete hanno sollevato un polverone proprio per la brutalità di alcune scene) si fa spazio, in modo sottile e quasi sussurrato, un senso di speranza. Saranno i discorsi di Ellie e Dina, che fantasticano su una fattoria e una vita serena, sarà la loro passione puramente adolescenziale che trova sempre il tempo per la sorpresa e per la voglia di scoprire. Saranno quelle melodie, cantate da Ellie alla chitarra (con la quale in alcune tappe durante il percorso ci si potrà esercitare liberamente), ma è come se quel gorgo di oscurità e desolazione in cui si sprofonda non neghi la possibilità di una redenzione, di un futuro luminoso.

Non è un caso se la ballata dei Pearl Jam che è in qualche modo la colonna sonora della storia si chiami “Future days”, uscita proprio nel 2013, l'anno in cui in “The Last of Us” scoppia la fatale epidemia: “When hurricanes and cyclones rage/ When wind turned dirt to dust/ When floods they came or tides they raised ever/ Closer became us/ All the promises at sundown/ I meant them like the rest/ All the demons used to come around/ I'm grateful now they've left/ I believe, And I believe 'cause I can see/ Our future days/ Days of you and me” (“Quando infuriavano gli uragani e i cicloni/ Quando il vento ha trasformato lo sporco in polvere/ Quando sono arrivate le alluvioni o si sono alzate le maree/ Siamo diventati più vicini/ Tutte le promesse fatte al tramonto/ le consideravo come le altre/ Tutti quei demoni che mi giravano attorno/ sono grato che ora mi abbiano abbandonato/ Io credo, perché posso vedere/ i nostri giorni futuri/ giorni di me e di te”).

E forse non è nemmeno un caso se oggi, che cerchiamo di uscire faticosamente da una vera pandemia dopo mesi di isolamento, questi versi ci tocchino così da vicino.

Ultimo aggiornamento: 13:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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