Il maestro Gatti: «Una Tosca a Roma è d'obbligo, non può mancare»

Domenica 14 Luglio 2019 di Simona Antonucci
Il Maestro Daniele Gatti
«Wagner, Verdi, Mozart... E Bellini, due Stravinskij. Lo so, manca qualcuno all’appello: Puccini. Io sarei attirato da un altro tipo di teatro musicale. Ma una Tosca, a Roma, è quasi d’obbligo». Daniele Gatti, milanese, 57 anni, direttore musicale del Teatro dell’Opera, stasera, 14 luglio, è protagonista con l’Orchestra del Costanzi del concerto in piazza del Duomo che chiude il Festival di Spoleto. Un appuntamento che rientra, secondo il Maestro, nel percorso artistico che lo vede impegnato con la Capitale fino al 2021.

Un programma verdiano, dal repertorio francese: lo ha scelto pensando al titolo d’inaugurazione?
«Un avvicinamento all’opera con cui apriremo la stagione: Les Vêpres siciliennes, primo incontro tra Verdi e grand-opéra. Non saprei se definirlo un suo capolavoro, ma è un passo significativo: dimostra di aver assorbito i codici francesi e avvia il processo che lo porterà allo splendore del Don Carlos. Un’evoluzione piena di sfumature, da una scrittura magniloquente a un’asciuttezza geniale».

Lei non dirige quasi mai all’aperto. La pensa come Toscanini che diceva: all’aperto si gioca a bocce?
«Occasioni rare. A Parigi, un 14 luglio, tanto tempo fa, con l’Orchestre Nationale de France».

E infatti torna ai 2Mondi, dopo quasi trent’anni.
«Un invito bello, un’occasione per l’orchestra di esibirsi in un contesto diverso».

È stato direttore del Concertgebouw e ha ricoperto ruoli di prestigio presso l’Accademia di Santa Cecilia, la Royal Philharmonic, l’Orchestre national de France, la Royal Opera House, il Comunale di Bologna, l’Opernhaus di Zurigo. A distanza di anni, a Roma, sarà direttore musicale di un teatro d’opera. L’obiettivo?
«Non fermarmi su opere che ho già fatto in passato. E offrire un repertorio vasto. I titoli che abbiamo presentato un po’ lo raccontano. Bellini, per esempio, I Capuleti e i Montecchi è un capolavoro del Belcanto che non appartiene al mio ambiente naturale. L’ho diretto solo nel 1989. E ci tengo, questa volta, a farlo a casa mia. Ho in mente un mio modo. La musica è bellissima, come l’intreccio. Voglio avvicinarmi a al Belcanto attraverso la forza drammaturgia».

L’anno scorso il Rigoletto, nel 2019/2020 i Vespri: come prosegue il rapporto con Verdi?
«Nabucco mi divertirebbe. Sarebbe la mia prima volta. Intanto mi concentro sul lavoro che voglio fare sul compositore, Allontanare i cliché e riportare i suoi spartiti alla modernità che merita. Verdi era un grandissimo uomo di teatro, nei segni che ha lasciato, nelle note c’è già la regia».

Lei è considerato uno dei più autorevoli interpreti wagneriani. A Bayreuth è atteso per il Ring nel 2020. Nel 2016, ha diretto al Costanzi Tristan und Isolde. Regalerà un altro Wagner a Roma?
... Silenzio.

Quindi sì?
«Prima o poi ce lo regaleremo».

Intanto, proporrà due Stravinskij e poi Mozart. Qual è l’idea?
«Rake’s progress è uno Stravinskij neoclassico, con recitativi secchi mozartiani. Quindi Oedipus Rex, la Grecia classica. Un inedito avvicinamento all’opera romana, La Clemenza di Tito».

Lei sarà sul podio per quattro titoli. Un bell’impegno con l’orchestra?
«Una priorità. Per un periodo molto lungo, in questo teatro è mancato un direttore musicale. Ora sarà diverso. L’orchestra del Costanzi ha uno spirito votato all’opera lirica, a uniformarsi con le voci. Io vorrei coltivare anche nuove sfumature e ritagliare degli spazi per la sinfonica. Che qui non si fa quasi mai. E invece è fondamentale che i musicisti escano anche dalla buca e si sentano coscienti di essere artefici del progetto».

A Roma c’è l’orchestra sinfonica di Santa Cecilia, che lei ha diretto dal ‘92 al ‘97.
«L’orchestra sinfonica per eccellenza. Ciò non toglie che noi potremmo fare un lavoro complementare. Beethoven o Mahler, non avrebbero senso. Ma il sinfonismo italiano del primo Novecento, per esempio, sarebbe interessante. Per la città di Roma, un arricchimento».

Parla un po’ da romano.
«Sto cercando casa. Questa città mi avvolge sempre di più. Comincio, persino, a non far più caso ai problemi. Del resto, quando si corregge un difetto, si perde un pregio».

Una parte del cuore è rimasta a Milano dove ha fondato LaFil: orchestra di professionisti giovani insieme con il meglio delle compagini italiane. Quale emozione le dà?
«Ho aperto un dialogo tra musicisti di due generazioni che s’incontrano per dei progetti. In un solo week end a Milano si può ascoltare l’integrale sinfonico di Schumann, insieme ai suoi capolavori cameristici. E i ragazzi hanno la testa e le mani che vanno a duemila». 
Ultimo aggiornamento: 21:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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