Il maestro Gatti: «La mia ultima sfida al Teatro dell'Opera, un Giulio Cesare dei nostri giorni»

Julius Caesar, musiche di Battistelli, regia di Carsen dal 20 novembre al Teatro dell'Opera. Dirige Daniele Gatti
di Simona Antonucci
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Venerdì 19 Novembre 2021, 00:35

«Il risveglio della musica al Circo Massimo dopo mesi di lockdown e poi i film d’opera con i teatri chiusi. Il concerto al Quirinale in piena pandemia, la mia prima “prova d’attore” in moto per le vie di Roma, nel Barbiere televisivo di Martone. E ora un’inaugurazione con un Giulio Cesare contemporaneo: al Teatro dell’Opera siamo sempre stati in prima linea. Cercando, nella difficoltà, di reagire in modo creativo. Ma il covid ci ha comunque segnato. Quando, alla riapertura delle sale, io in scadenza a dicembre, abbiamo parlato del futuro, dell’ipotesi di fermarmi altre due stagioni, ho sentito di essere arrivato al capolinea».

 

È il saluto del maestro Daniele Gatti, che sabato 20 novembre dirigerà l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma per l’ultima volta in veste di direttore musicale, ruolo che occupa dal 2018. Da gennaio sarà sul podio dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Ma ora è impegnato nello spettacolo “Julius Caesar”, opera di Giorgio Battistelli, appena insignito del Leone d’oro alla Carriera. Un Giulio Cesare dei nostri giorni, pugnalato da uomini in giacca, cravatta e valigetta 24 ore: nessun riferimento esplicito a periodi storici, molti i ponti che il regista Robert Carsen percorre verso tirannie di ogni tempo, in un Senato rosso sangue.

Prima assoluta il 20 novembre (4 repliche, il 23, il 25, il 27 e il 28) per l’inaugurazione di stagione del Costanzi. Che sarà cerimonia d’apertura e valzer degli addii. Sarà l’ultima volta per Gatti (al suo posto arriverà a novembre 2022 Michele Mariotti) e l’ultima volta per il sovrintendente Carlo Fuortes, nominato amministratore delegato della Rai. Tra i nomi in lizza, Barbara Minghetti, che ha appena lasciato la direzione artistica del Macerata Opera Festival, Francesco Giambrone, sovrintendente del Massimo di Palermo e presidente dell’Anfols, e Fortunato Ortombina, sovrintendente della Fenice. Sarà invece la prima volta del sindaco Gualtieri e dell’assessore alla Cultura Gotor, sul tappetto a piazza Gigli, insieme con gli immancabili Gianni Letta, Silvia Calandrelli, Bruno Vespa, il ministro Patrizio Bianchi, la compositrice Lucia Ronchetti.

Un addio dopo soli tre anni?

«Le condizioni di lavoro durante la pandemia sono state assolutamente anomale. Un grande sforzo per raggiungere il pubblico a casa, cercando soluzioni per continuare a lavorare. Ma alla fine mi sono sentito prosciugato».

Prosciugato?

«Noi appena possibile siamo rientrati. Spettacoli importanti tra distanziamenti e tamponi, il Rigoletto al Circo Massimo, i due film con Martone e un terzo alla Galleria Borghese. Ho sentito di aver esaurito un percorso».

Se lo immaginava di salutare il Costanzi con un’opera contemporanea e un delitto, consumato nel cuore di Roma, che ha cambiato la storia?

«Quando Fuortes mi raccontò dell’idea di voler commissionare a Battistelli un’opera contemporanea su Roma, quasi tre anni fa, dissi subito sì. Che avrei voluto dirigerla io, come titolo d’inaugurazione. Un’operazione importante e complicata perché quando si tratta di una prima esecuzione assoluta non puoi mai sapere quanto tempo servirà per le prove. Un conto è la carta, altro conto è la scena. È una delle tante avventure che ho condiviso con il sovrintendente. Insieme, credo, abbiamo lasciato un segno in questo teatro e nella città. E per una incredibile coincidenza, andiamo via quasi insieme».

Solo rose e fiori?

«Ci sono stati anche momenti di tensione, confronti accessi, ma che si sono sempre risolti arrivando a una soluzione».

Ha debuttato al Costanzi con Wagner, chiude con Battistelli. Sono saltati il Don Giovanni, il Ring e una Tosca: rammarico?

«No. Forse è mancato Puccini, Tosca, ma ho diretto inaugurazioni con Wagner, Verdi, Rossini e Berlioz. E ora il teatro musicale dei nostri giorni. Da quando mi è stata consegnata la partitura sono stati fatti cambiamenti radicali, anche per esigenze drammaturgiche. Noi non sappiamo che cosa succedeva nell’Ottocento prima del debutto di un’opera. Forse l’epopea del Don Carlo di Verdi potrebbe essere stata simile a quella che stiamo vivendo in questi giorni».

Quale sarà la reazione del pubblico?

«Non sarà come andare a sentire un’opera che si ha nel cuore o nella memoria. Qui, centrale, è il testo di Shakespeare. Con l’orchestra spesso utilizzata per sottolineare momenti di estrema tensione, con alcuni momenti più lirici. Non è un ascolto comodo, ma ha una teatralità marcata».

Lei si è divertito?

 «Molto. Anche perché è stato un continuo work in progress. In accordo con Battistelli e il regista Carsen qualche giorno fa ho aggiunto un rullo di tamburi, timpani, casse, perché non c’era abbastanza tempo per fare un cambio di scena: servivano 20 secondi in più di musica».

Si chiude Roma si apre Firenze, ma si parla già di un possibile ritorno a Roma, a Santa Cecilia.

«Santa Cecilia ha un suo direttore, Pappano, per altri due anni. Parlare del futuro non ha senso, ora. Ma Roma sì, mi piace. Ho tanti amici qui e in questi tre anni sono riuscito a godermi la città, in modo più rilassato rispetto a quando giovanissimo arrivai a Santa Cecilia. Da milanese non dovrei dirlo, ma ora a Roma mi sento a casa. E il 4 dicembre sarò ancora qui, all'Accademia Filarmonica, con l’orchestra Mozart, per un concerto che celebra i 200 anni della Fondazione e poi a Torino per dirigere le 4 sinfonie di Schumann con l’Orchestra della Rai. Poi? Poi basta, vacanze». 

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