Caurier & Leiser, registi dell'Equivoco a Pesaro: «L'eroina gender di Rossini si prende gioco di ogni certezza»

Domenica 11 Agosto 2019 di Simona Antonucci
L'equivoco stravagante al Rossini Opera festival dal 13 al 23 agosto

 “Più lo guardo, più l’osservo, più l’Eunuco in lui ravviso; femminin non è quel viso, ha un tantin d’umanità...”. Umanità da intendere come mascolinità, dall’etimo “homo” fantasiosamente interpretato, in uno degli stravaganti equivoci del capolavoro di Rossini. 
 

 

È un inno gender l’opera che il compositore scrisse a soli 19 anni, su libretto, tra Plauto e Totò, di Gaetano Gasbarri, e che da martedì 13 agosto va in scena al Rossini Opera Festival (repliche fino al 23 agosto, con Carlo Rizzi sul podio e l’Orchestra della Rai), con un allestimento firmato da Patrice Caurier e Moshe Leiser, coppia di registi belgi, creativi e trasgressivi, definiti anche i Gilbert & George della lirica: 100 allestimenti, prossimo progetto il Don Pasquale di Donizetti con Cecilia Bartoli a Salisburgo, ma con Rossini sempre nel cuore.

«Ernestina, la protagonista dell’Equivoco stravagante», spiegano, «è una donna “con le palle”, per continuare con i giochi di parole, non canta accompagnata da flauti come le signore del Romanticismo. È fantastica, ama vivere, è libera. E Rossini è un grande drammaturgo. Lui scrive musica per il teatro ed è un genio nel descrivere il comportamento delle persone, messe davanti a situazioni estreme».

A Ernestina propone due pretendenti, uno ricco e vanesio, l’altro squattrinato, un papà contadino arricchito e due camerieri “factotum” dell’intreccio. E «le costruisce intorno», aggiunge Leiser, «una giocosa e licenziosa lezione sulla fragilità delle certezze, una farsa sulle ossessioni dell’umanità, come l’amore per una persona dalla sessualità incerta. Utilizza la comicità come specchio del tragico per offrire un esempio di accettazione della fluidità della vita».

Al punto che l’eroina di cui si raccontano le gesta con un parlare sregolato, intriso di doppi sensi, è una donna («un contralto con una tessitura bassissima») ma anche un “anfibio” (parola “colta” per definire un essere, né maschio né femmina). Un’allegra signorina che vorrebbe entrambi gli spasimanti («a uno dà lo spirito, all’altro la materia») e pur di evitare un matrimonio non gradito, si finge un castrato, travestito da ragazzina che per sfuggire all’intreccio di inganni diventa un militare: maestra dell’indefinito che fa appello al suo candore morale tirando in ballo la “biancheria”, dandosi un tono con un parlar “purgato” per poi offrire il fianco alle scurrilità dei lassativi.

L’equivoco stravagante dopo il debutto nel 1811 venne immediatamente censurato. E torna ora con uno spettacolo «ambientato nell’Ottocento», raccontano, «con i personaggi “dilatati” da protesi, maschere grottesche che enfatizzano le loro caratteristiche». L’ispirazione dalle caricature del pittore francese Honoré Daumier.

«E così il fidanzato arrogante sarà un po’ machista, schiavo del sex appeal, ed Ernestina un’adolescente esuberante con overdose di ormoni nel sangue. Non metterei bandiere su quest’opera, gender, gay o altro. L’arte non è una lezione scolastica, non vanno esasperati i messaggi. Per Rossini il sesso è centrale e nelle sue opere il sesso è gestito dalla donna. Lo racconta tra il comico e il serio, proprio come succede nella vita».

Cucendo sui personaggi tesori di belcanto. «Per noi è un complice. Un uomo di teatro. E abbiamo impostato la regia giocando con la situazione del libretto. Rossini, nonostante abbia scritto l’Equivoco da giovanissimo, dimostra già tutta la sua maestria, nel linguaggio, nel saper osare e spingersi nelle sue pazzie musicali».

Un’opera dimenticata o complicata? «Difficilissima. Rossini è sempre complicato. Ha bisogno di registi che conoscano la musica e direttori d’orchestra che entrino in relazione con il teatro. Settimane di prove e cantanti che amano le sfide». 

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