In via Margutta, nei luoghi di "Vacanze romane": ecco come sono oggi

Martedì 25 Ottobre 2016 di Federica Macagnone
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A casa di Alcide Ticò lo scultore, in via Margutta 33, c'erano pochi soldi e molta fame: una moglie e un figlio da mantenere nell'Italia del 1952 che tentava di riemergere dalle macerie. Poi, come nelle favole, un giorno alla porta del suo studio al civico 51A bussarono due americani: si chiamavano Gregory Peck e William Wyler. Dissero che stavano girando un film e avevano bisogno di quegli spazi.

 

Alcide non ci pensò due volte e accettò immediatamente, proponendogli anche di girare all'interno della propria abitazione al civico 33: poche scene bastarono per rendere il soppalco di casa sua una delle location più famose al mondo. Certo, non poteva immaginare che quel film si sarebbe chiamato “Vacanze romane” e sarebbe diventato una pietra miliare del cinema, né che dicendo sì avrebbe reso quella casa immortale e meta di pellegrinaggi ancora oggi, a 64 anni di distanza.

Alcide sapeva solo che aveva bisogno di soldi, e i soldi arrivarono. Quanti? Abbastanza da poter comprare un terreno in via del Casaletto, dove a distanza di anni, riuscì a costruire una villa. «Ebbe anche un piccolo ruolo nel film - ricorda Ulisse, 71 anni, che ha seguito le orme del padre diventando anche lui uno scultore - Quell'anno, e in quelli successivi, guadagnò grazie a dei piccoli diritti ottenuti in virtù di quella particina in cui interpretava se stesso: uno scultore».

Passato e presente. Oggi, oltre il portone del civico 51 di via Margutta il tempo sembra essersi fermato. Il caos del centro cittadino e il traffico sono ad appena 50 metri, ma qui la strada ha il sapore del borgo antico e incantato, dove tutti si conoscono e i ricchi si confondono con gli artigiani, l'atmosfera è magica e ovattata e il silenzio quasi surreale. Oltre quel portone, il cortile e i giardini del tempo che fu, quando Hollywood e i suoi divi resero celebre nel mondo quella via cambiandone il destino per sempre. A quell'indirizzo, nel 1952, un tassista faceva scendere dalla sua vettura Audrey Hepburn e Gregory Peck, di cui quest'anno si celebra il centenario dalla nascita, in una delle location più famose di “Vacanze romane”. Il resto è storia.

Il portiere. Ultimo depositario di quella storia è Fabrizio Falconi, portiere al civico 51A da 12 anni, che ha tappezzato la sua stanza di manifesti del celebre film. «È un pellegrinaggio continuo – dice orgoglioso di essere non il portiere di un palazzo qualunque, ma del mitico 51A – i turisti vengono e vogliono vedere i luoghi delle riprese. Io posso farli entrare sono nel cortile, non oltre, ma sono sempre pronto a rispondere a tutte le loro domande».

Perché nella tradizione orale il mito continua a vivere e a riecheggiare tra quelle mura che hanno assistito alla pacifica invasione di attori, comparse e operatori cinematografici. Sono quelle mura, rimaste intatte, che meglio di chiunque altro riescono a rendere l'idea di un tempo rimasto invariato. E purtroppo, in molte parti del complesso, anche l'idea di un abbandono che ha reso inagibili diverse abitazioni. «C'è tanto da fare, ci vogliono grossi investimenti» dice Amedeo Piva, presidente del Centro Studi Sant'Alessio che nel 1920 ricevette in dono il complesso immobiliare da Roberto Rasinelli, commerciante d'arte e pittore.

La cittadella. Gli studi che si affacciano sul cortile, un tempo occupati da scultori e pittori, oggi ospitano orafi, restauratori e architetti. Il viaggio nella memoria passa attraverso un cancello, chiuso per gli estranei, fino alla sommità degli scalini che portano a un altro luogo rimasto impresso nella mente di chi ha adorato la storia d'amore tra il giornalista e la principessa: basta addentrarsi sotto un piccolo cunicolo per entrare in una dimensione parallela. Pochi gradini e si raggiunge il famoso balconcino del portiere, eroso dall'incessante avanzare degli anni.

Tutt'intorno piccole casine, molte disabitate, sbucano come funghi da una fitta vegetazione: un vero paese, malinconico e per certi versi abbandonato, incastonato ai piedi del Pincio si fa strada tra archi di edera che fanno da tetto a chiunque si inerpichi. Ci vogliono 76 gradini per arrivare alla casa dove furono girate le riprese in esterna. Sandra Cecchini e il compagno Roberto Spena aprono la porta verde della loro casetta, nascosta dalle fronde proprio sotto Villa Medici, dalla quale si accede alla terrazza: il salto nel passato è immediato. Il pavimento è rimasto intatto, così come la ringhiera che, a differenza di allora, è abbellita da un rampicante. Roma da lì appare identica: eliminata qualche parabola, sono gli stessi tetti e la stessa città di allora.

«Se non mi sbaglio all'epoca del film in quell'appartamento ci abitava Rosanne Sofia Moretti – racconta Sandro Fiorentini, “marmoraro”, dall'uscio della sua bottega al numero 53 di via Margutta – Era una splendida ballerina: alta, mora, bellissima».

Memorie nel vento. Oggi quelle abitazioni e gli studi degli artisti sono occupate da professionisti. Molte case attendono l'ingresso di nuovi inquilini, mentre i fantasmi delle memorie che non ci sono più si aggirano nel complesso. Qualche anno fa sono morti gli ultimi due testimoni di quei giorni di trambusto e festa al civico 51A. Corrado Schiavetto aveva assistito alle riprese dalle finestre della sua abitazione che dava sulla strada: adesso l'intero edificio, su cui campeggia un'epigrafe che ricorda che il palazzo è del 1883, è stato dichiarato inagibile e gli unici rumori sono quelli generati dal vento che si incanala tra le impalcature. La pittrice Gemma Riccardi, che si è spenta nel 2012, aveva conosciuto di persona Gregory Peck: la sua casetta era esattamente sotto il balconcino del portiere. Adesso lì non ci vive più nessuno e le erbacce crescono alte nel suo giardino. A ricordarci che quel posto un tempo era abitato c'è solo una tenda ingrigita dal tempo.

Ultimo aggiornamento: 1 Novembre, 16:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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