Wim Wenders racconta il suo documentario su Sebastiao Salgado

Martedì 21 Ottobre 2014 di Fabio Ferzetti
sebastião salgado fotografato da suo figlio
Giro del mondo con Sebastião Salgado. Il grande fotografo brasiliano che dal ’94, dopo aver lavorato vent’anni in grandi agenzie come Sygma, Gamma e Magnum, si è messo in proprio realizzando una serie di mostre e di libri che hanno cambiato per sempre la concezione del reportage fotografico. Celebrato in tutto il mondo, adorato dal pubblico, che prende d’assalto le sue mostre, ma anche accusato di estetizzazione del dolore (tra gli altri da Susan Sontag) per il tono così particolare dei suoi lavori, Salgado aveva tra i suoi ammiratori Wim Wenders, a sua volta fotografo oltre che regista, anche se attento ai paesaggi e alle città più che alla figura umana. E Wenders non ha esitato un attimo quando il figlio di Salgado gli ha proposto di fare insieme un documentario sul padre.



Due anni di lavorazione, decine di ore di girato, un estenuante lavoro di montaggio hanno reso Il sale della terra ciò che è. Lo straordinario ritratto di un uomo che per tutta la vita ha cercato di sparire dietro alle sue foto. Realizzato da un regista che a sua volta si cancella per far parlare Salgado. L’uomo, il fotografo, il testimone. Come racconta lo stesso Wenders.



È vero che sopra la sua scrivania ha due foto di Salgado?



«Certamente, anche se quando le comprai, molti anni fa, non lo conoscevo ancora. La prima viene da Workers. È la foto di un cercatore d’oro che si riposa appoggiato a un palo mentre tutti gli altri lavorano. Sembra un San Sebastiano senza le frecce. La seconda è il ritratto di una donna del Mali. La donna ha perso la vista per un’infezione agli occhi, ma sa di esser fotografata e si presenta all’obiettivo di Salgado con molta dignità, piena di orgoglio e di consapevolezza».



Lei cita San Sebastiano. Nelle immagini di Salgado in effetti c’è un’immensa cultura figurativa, una conoscenza profonda della storia dell’arte. Ma nel suo film non se ne parla. Come mai?



«In effetti abbiamo registrato lunghe conversazioni sull’estetica, l’uso del bianco e nero e le critiche più frequenti rivolte al lavoro di Salgado, come quella di rendere “bella” la miseria. Ma la sua vita era già così complessa, il viaggio intrapreso insieme così laborioso che questi argomenti al montaggio sono scomparsi. Li lascio ai critici e agli spettatori. Il film cerca in tutti i modi di evocare l’universo di Salgado e il suo metodo di lavoro, anche imitando in qualche modo il suo stile visivo».



Tra le tante foto sconvolgenti scattate da Salgado al suo secondo viaggio in Ruanda, quello che lo deciderà a smettere con i reportage «per non perdere del tutto fiducia nell’uomo», ce n’è una in cui un profugo smagrito scocca un lancinante sguardo nell’obiettivo...



«Ci sono molti sguardi in macchina nelle foto di Salgado. Di persone e di animali. Ma anche se non guardano direttamente nell’obiettivo, senti sempre che c’è un accordo tra il fotografo e i soggetti delle foto. Nessuna di quelle immagini è stata presa di nascosto, clandestinamente. E questo è essenziale nel suo lavoro. Bisogna dare la massima dignità possibile a ciò che si fotografa per non cadere nel voyeurismo. Contrariamente ai reporter che arrivano, scattano qualche foto al volo e ripartono, Sebastião trascorre ogni volta più tenpo possibile con le persone che fotografa. Stabilisce un rapporto, condivide la loro esistenza. La ricerca del linguaggio migliore, della “bellezza”, nasce da lì».



Da qualche tempo lei sembra sempre meno interessato al cinema e più ad altre forme di linguaggio. La musica, la danza, ora la fotografia...



«È che non ci sono più molte avventure possibili su questo pianeta. Siamo andati più o meno dappertutto. Non c’è rimasto molto da scoprire. A me poi non interessa scalare montagne. Le avventure che mi interessano sono quelle dello spirito. Per questo ho fatto film su un fashion designer (lo stilista giapponese Yamamoto), su dei musicisti, su una coreografa, e presto ne farò uno sull’architetto svizzero Peter Zumthor. Mi interessa il loro lavoro, l’avventura del processo creativo. In fondo fare documentari significa stabilire un dialogo, che si tratti di Pina Bausch o di un gruppo di musicisti cubani. La mia sapienza tecnica ne incontra un’altra, e cerca un punto di contatto. Inoltre, nella fiction il regista è il demiurgo, tutto poggia sulle sue spalle. Nel documentario può fare un posso indietro, lasciare che sia lo spettatore a interagire con il soggetto del film. Come ho fatto con Salgado. Cercando il più possibile di sparire, di annullarmi. Tanto più che, a differenza che nei film di finzione, il pathos, il dolore che vediamo sono reali. E lui stesso ne è stato testimone».



C’è chi dice che visto il valore della sua testimonianza, Salgado potrebbe essere un ottimo Nobel per la Pace.



«Hmmmm... (pensa a lungo prima di rispondere). Sarebbe molto toccante se l’uomo che ha prodotto un’incredibile enciclopedia visiva della seconda metà del ’900, forgiando la nostra comprensione del mondo, fosse considerato un peacemaker, un fabbricante di pace. Ma conoscendo Sebastião e la sua modestia, credo che ne resterebbe molto turbato».

Ultimo aggiornamento: 19:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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