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Piano Marshall, quel programma di aiuti all'Europa post bellica che oggi appare un miraggio

Sabato 11 Aprile 2020 di Carlo Nordio
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Non sappiamo se per la fine di Maggio ci saremo liberati da questa opprimente ma necessaria quarantena. Se ciò accedesse, potremmo celebrare in letizia la festa della Repubblica, e magari anche il 5 Giugno: una data che rappresenta due eventi importanti: la liberazione di Roma nel ‘44 e, cosa che oggi ci interessa anche di più, la presentazione del progetto per la ricostruzione dell’Europa postbellica. Perché fu proprio il 5 Giugno del ‘47 che George Marshall, Segretario di Stato americano, annunciò ad Harvard il piano che avrebbe preso il suo nome, e che ora viene quasi quotidianamente invocato come unica salvezza per un Continente devastato dall’epidemia. E tuttavia pochi sanno chi fosse quest’uomo, ancor meno qual fosse il suo piano, e quasi nessuno quali analogie possa avere con la situazione di oggi.

George Marshall era stato, durante la guerra, il Capo di Stato maggiore dell’esercito americano. Il generale, colto e discreto, aveva ricostruito le forze armate in modo quasi miracoloso: da un manipolo di volontari armati male e inquadrati peggio, ne aveva fatto in sei anni un complesso di otto milioni di soldati addestratissimi con equipaggiamento illimitato. Marshall non era un condottiero carismatico come Douglas MacArthur o “Georgie” Patton, ma era un genio della logistica e dell’organizzazione. Con la stessa previdente metodica con cui aveva creato la macchina bellica più potente del pianeta, una volta nominato ministro progettò un piano di aiuti a un’Europa annientata dalla guerra.

Fece stanziare l’immensa cifra di dodici miliardi di dollari - di allora – da distribuire più o meno equamente agli indebitati alleati ed agli ancor più dissestati ex nemici. Oltre l’ottanta per cento di questi finanziamenti erano “grants”, cioè veri e propri regali. Il resto erano “loans”, cioè prestiti, che comunque non avrebbero trovato un esattore inflessibile. E difatti molti non li restituirono. L’URSS e i suoi satelliti rifiutarono l’aiuto, e istituirono il Comecon, che ne fu una sgangherata caricatura. La Germania ricevette circa un miliardo e mezzo di dollari, l’Italia poco meno. Non si trattava soltanto di danaro e o di materie prime. V’era tutto un contorno di assistenza tecnica per incrementare l’economia e la produzione sia agricola che industriale.

La scelta di Marshall fu tanto più originale e meritoria, se si pensa che il suo collega al Tesoro, Morgenthau, aveva proposto di far della Germania, responsabile di due guerre mondiali, quello che Scipione Emiliano aveva fatto con Cartagine: una colonia agricola controllata per evitarne la rinascita. Una soluzione di cui oggi qualcuno rimpiange la rinuncia. Ha un senso parlare ora di un Piano Marshall per l’Europa? Sì, se ci riferiamo a un intervento massiccio e immediato di risorse per soccorrere un organismo defedato. No, se ne consideriamo l’aspetto più importante: le caratteristiche del donante e dei donatari di allora, e le intenzioni di chi dava e di chi riceveva. Il primo era uno Stato straniero; i secondi erano ex alleati ed ex nemici. Questo soccorso non era solo frutto di generosità, benché la maggioranza dell’opinione pubblica americana lo vedesse con favore compassionevole. Ma non era nemmeno quella spregiudicata speculazione capitalistica, volta a conquistare i mercati europei e a sottometterne i governi, denunciata con la solita maligna prosopopea dai sovietici e dai loro vassalli periferici.

Era il frutto delle menti pragmatiche di Marshall e di Truman che avevano individuato in una futura prospera Europa sia un ottimo mercato per i prodotti americani, sia un solido baluardo contro la minaccia comunista. Il Piano fu, come molte cose nella vita, un “mélange de tout”: di impulso solidale, di calcolo economico e di convenienza politica. I risultati confermarono le previsioni: l’Europa si salvò dal tracollo economico e dalla tirannide rossa. I paesi del Comecon, sotto la dittatura cupa e incompetente del Cremlino, dovettero attendere quasi mezzo secolo per iniziare una ripresa. E ora? Ora non esiste uno straniero che ci possa soccorrere. Salvo qualche ingenuo irresponsabile che confida nella mano tesa della Cina, nessuno si illude che l’America, assediata dal virus e retta da un isolazionista, possa fare qualcosa. Non solo. Non esiste nemmeno un’omogeneità di sofferenza tra i paesi da aiutare. Nel ‘45 la Gran Bretagna era esausta e indebitata, con un impero che si stava sgretolando e un severo razionamento di viveri. La Germania era di fatto distrutta, materialmente e moralmente.

E noi eravamo messi peggio di tutti. L’Europa sapeva che senza questi aiuti non si sarebbe ripresa, e li accettò con lo stesso entusiasmo con cui le erano stati offerti ed elargiti. Oggi non è così. L’Europa deve fare da sola, e può diventare facile preda di una speculazione globale. Ma l’Europa non c’è, e i suoi membri, immemori della lezione di Menenio Agrippa, si illudono di cavarsela individualmente con il proprio rigore sparagnino, mollando i più deboli, o peggio inducendoli a sottomettersi alla loro tutela. I tedeschi ci bacchettano con le parole rivolte al moribondo nell’Actus Tragicus di Bach: Bestelle dein Haus, (Metti ordine nella tua casa), cioè nei tuoi conti. Ed è vero che la nostra finanza è stata sconsideratamente più allegra della loro. Ma se tutti gli stati dell’UE dovessero dipanare la matassa delle proprie colpe, l’Italia non starebbe in testa al catalogo, mentre la stessa Germania dovrebbe attendere mille anni, come disse una delle sue menti più nobili, per farsi perdonare tutto il male che in mezzo secolo ha fatto all’Europa e al mondo.

Ed è questa è la differenza fondamentale con il piano Marshall: lì vi era un’America lungimirante, ricca e generosa, solidale nel mantenere, anche nel proprio interesse, un edificio comune. Qui abbiamo invece un’Europa incapace di aiutare se stessa perché la miopia delle sue guide ne distorce l’originaria visione complessiva, e rischia di schiantarsi sul muro di un’ostinazione finanziaria e notarile. È una delle tante ironie della storia. Il Presidente Truman era un ufficiale pluridecorato della prima guerra mondiale. Marshall aveva indossato per cinquant’anni la divisa: erano due soldati animati da un forte senso morale, e sapevano che la pace, interna ed esterna, è sempre messa in pericolo dalla povertà e dal malcontento sociale. L’attuale classe dirigente europea è devotamente pacifista, e coscienziosamente ancorata a cauti principi di modesta ragioneria mercantile. Forse, rimodulando il vecchio detto di Clemenceau, se è vero che la guerra è cosa troppo seria per farla fare ai militari, la politica, almeno quella più alta, è troppo importante per affidarla ai politici, o peggio ancora ai burocrati.
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