L'eccentrica nonna Giuditta in cerca del cimitero perfetto, il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli

L'eccentrica nonna Giuditta in cerca del cimitero perfetto, il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli
di di Francesca Nunberg
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Sabato 14 Novembre 2020, 22:17

Devono essere i tempi che avvicinano libri apparentemente lontani, o magari le atmosfere, la capacità di vedere oltre le apparenze: qui c’è Giuditta, che ha deciso di scegliere il luogo più adatto per il suo eterno riposo, mentre in quel best-seller che è stato l’anno scorso “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin, c’era Violette che indossava l’estate sotto l’inverno e faceva la custode di un cimitero e che, andando ancora indietro, a sua volta ricordava Renée, la portinaia sciatta e sorprendente dell’“Eleganza del riccio” di Muriel Barbery, ed era il 2006. Ma qui siamo in Israele ed è tutta un’altra storia. Nonna Giuditta, dunque, che va in cerca del cimitero perfetto con il soprabito abbinato alle scarpe di vernice, è la protagonista di “Resta ancora un po’” (Giuntina, 280 pagine, 15 euro), il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli. Nata a Roma nel 1973, l’autrice si è trasferita in Israele nel 1992: sposata e con tre figli lavora come traduttrice e insegnante di italiano e questo è il suo esordio narrativo.

Ad accompagnare l’eccentrica donna di origini italiane nel suo tour on the road è l’amato nipote Yoni a cui lei continua a ripetere «se avessi potuto scegliere un bambino tra tutti i bambini del mondo, sempre e comunque avrei scelto te». E nonostante lui non sia particolarmente felice di essere “l’eletto”, arduo fardello come per il suo popolo, fa buon viso e scarrozza l’eccentrica nonna su e giù per il Paese. Con loro, la fidanzata Noga e il coinquilino Ittai che guarda Yona con occhi forse troppo amorevoli. Giuditta è arrivata in Israele negli anni Quaranta, non ha nulla della pioniera e ha potuto permettersi il lusso di restare se stessa: indossa abiti europei (tranne quando un imprevisto la costringe a una tutina rosa), cucina piatti tradizionali italiani (la lasagna diverrà una madeleine per Yoni tanto che nonna e nipote promettono di rincontrarsi “sulla punta di una forchetta”) e ogni sabato invita a pranzo nella sua casa di Gerusalemme la famiglia in arrivo da Tel Aviv con “tovaglie di lino candide, cristalli e posate d’argento, leccornie di ogni tipo”.

La simpatica nonna lascerà un segno nelle vite dei suoi giovani accompagnatori e con il sarcasmo di cui è dotata riuscirà a esorcizzare il segreto che la figlia Ahuva nasconde in una scatola da scarpe e che da quarant’anni tiene in ostaggio la sua famiglia. Lungo la strada affiorano i ricordi, si smontano le bugie, i fantasmi prendono corpo e Yona scoprirà perché gli è stato dato il nome di un giovane soldato ucciso da un cecchino siriano durante la Guerra del Kippur. Capirà che non è l’oblio il vero nemico della memoria, e che spesso per poter conservare i ricordi bisogna lasciarli andare. Il bello di questo romanzo corale è quello di avvicinare generazioni e sensibilità, nonni e nipoti, vivi e morti e di raccontare l’Israele di oggi con estrema grazia e leggerezza. Tutti cercano di fare i conti con le questioni non risolte delle loro esistenze (compresa Giuditta che prima di salutare il mondo fa un’ultima visita all’ex fidanzato) in attesa del prossimo dilemma.

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