Edoardo Leo e il film "Luigi Proietti detto Gigi" dal 3 marzo in sala. «Con lui amici e colleghi ma soprattutto spettatori»

Edoardo Leo durante le riprese del film
di L.Jatt.
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Venerdì 25 Febbraio 2022, 12:38 - Ultimo aggiornamento: 16:40

Ma chi era davvero Gigi Proietti? Sicuramente più di quanto uno si aspetta e comunque non solo una maschera un pò melanconica della romanità, ma anche un intellettuale, uno che aveva lavorato con Carmelo Bene e nel gruppo sperimentale 101 prima di diventare un eroe della cultura popolare. Merito di questa rilettura a tutto tondo il documentario Luigi Proietti detto Gigi di Edoardo Leo che, dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, arriverà in sala dal 3 al 9 marzo distribuito da Nexo Digital. Prodotto da Italian International Film e Alea Film con Rai Cinema in associazione con Politeama e in collaborazione con Lexus, il film racconta gli inizi della carriera di Proietti, attraverso gli amici, la famiglia, i colleghi e alterna materiali inediti di repertorio a interviste. Trovano così spazio le testimonianze di Renzo Arbore (suo amico di sempre), Lello Arzilli, Paola Cortellesi, Fiorello, Alessandro Fioroni, Alessandro Gassmann (che racconta dell’amicizia del padre con Gigi) , Marco Giallini (che ha lavorato nel suo ultimo film "Io sono Babbo Natale") , Loretta Goggi, Tommaso Le Pera, Nicola Piovani, Anna Maria Proietti, Carlotta Proietti, Susanna Proietti e Mario Vicari. 

«Tutto nasce nel 2018 - dice l'attore -. Mi ero messo in testa di fare un documentario su A me gli occhi, please il one-man-show del ‘76 scritto da Roberto Lerici, che ha cambiato in un certo senso il teatro italiano, un caso incredibile, con la fila fuori, il pienone ogni sera, sold out dalla prima recita al Teatro Tenda. E pensare che Gigi ci aveva messo dentro tanto di quel teatro sperimentale da cui proveniva».

Il rapporto di Proietti con il successo? «Non è mai stato uno che si è messo su un piedistallo, non era nella sua natura. Si sentiva però abbastanza soddisfatto di sé anche se forse in lui c’era un rimpianto, un rammarico che la sua immagine di comico avesse alla fine preso il sopravvento su altri aspetti della sua arte. Rammarico poi verso la critica che spesso lo aveva sottovalutato e sicuramente sul fatto che i teatri di Roma non lo avessero mai preso in considerazione come direttore nonostante fosse un grande intellettuale e studioso di teatro».

E ancora Leo :«C’è poi il caso eclatante del Brancaccio che da spazio vuoto, quale era stato per anni, lui riempì di romani che venivano in pullman dalle periferie e poi, nonostante questo, venne affidato a Maurizio Costanzo. Una cosa che gli dispiacque sicuramente molto, ma a cui replico solo con un: "no comment"».

Il film di Edoardo Leo ha dovuto rinunciare a tante cose per motivi di diritti: «Sono tante le cose che mi dispiace di aver tolto. Su tutte non ho potuto mettere immagini di Rocky dove lui doppiava Stallone».

E confessa alla fine il regista: «Gigi Proietti a casa mia era una vera e propria istituzione, ma non erano affatto contenti che volessi fare l’attore. La cosa si sbloccò quando dissi ai miei che avrei lavorato proprio con lui. Comunque - aggiunge Leo - anche in occasione di questo documentario in cui mi sono trovato spesso solo con lui non è mai mancato da parte mia il timore reverenziale verso chi ho sempre considerato un maestro. Il fatto è - conclude - che di fronte a lui non si è mai davvero colleghi, amici o altro, ma si resta sempre spettatori». 

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