Bertolucci, il ricordo di Tornatore: «Quei film trasgressivi nel Nuovo Cinema di Bagheria»

Martedì 27 Novembre 2018 di Giuseppe Tornatore

I miei primi ricordi di Bernardo Bertolucci risalgono alla giovinezza, quando facevo il proiezionista a Bagheria, la mia città. All'epoca scoprii i suoi film che avrebbero lasciato un segno profondo nella mia vita e nella mia storia di cineasta. Avevo solo 16 anni quando mettevo in macchina le pizze de Il Conformista e rimasi molto colpito dalla forza innovativa di quel film. Non aveva nulla di classico e sprigionava una potenzialità trasgressiva che affondava le radici in una profonda cultura. Ed ero ancora minorenne quando proiettai Ultimo Tango a Parigi: i miei compagni del ginnasio facevano la fila in cabina di proiezione per sbirciare le famigerate scene erotiche di cui si parlava tanto ma, al di là dei nostri pruriti adolescenziali, capivamo che quel film aveva il pregio di portare sullo schermo i sentimenti, le aspirazioni e le contraddizioni del nostro tempo. Pur rifuggendo dalla cronaca, era attualissimo.
 

 

IN DIVISA
La memoria mi porta poi a Roma, dove nel 1976 sbarcai per fare il servizio militare: in divisa di trasmettitore, fui tra i primi spettatori al primo spettacolo di Novecento, al cinema Ambassade. Quel film rimane tuttora una grande opera storica, non solo cinematografica, e testimonia l'amore del regista, innamorato della Nouvelle Vague e acclamato all'estero, per il suo Paese. Arrivano, questi miei ricordi di Bernardo, agli ultimi mesi: ero a Bari ad aprile, quando presentò Ultimo tango restaurato, poi ho assistito con lui a Roma alla proiezione di Novecento tornato a nuova vita. In uno dei nostri ultimi incontri mi rivelò di essersi rimesso al lavoro e cercò di cooptarmi nel circolo dei fan delle serie tv che amava tanto. Lasciai casa sua con un certo senso di colpa perché non conoscevo tutti i titoli di cui mi aveva entusiasticamente parlato. Ci mandavamo saluti per mezzo di amici comuni, Mario Cotone soprattutto, e qualche volta ci sentivamo. Mi aveva espresso solidarietà quando fui costretto a sforbiciare La leggenda del pianista sull'oceano per il mercato americano. «Capisco il tuo stato d'animo, a me è successo con Novecento, non addolorarti», mi scrisse. Era come un parente più grande pronto a condividere le sue esperienze, fatte prima di te e meglio di te. Una volta mi chiese d'inviargli il dvd del mio film La migliore offerta e poi mi inviò un biglietto affettuoso. Si fece intervistare per il documentario su Ennio Morricone. Ricordo il suo sorriso irriverente e il suo sguardo colto. Il suo stile ha influenzato molti di noi e continuerà a farlo sempre.
 

Ma il ricordo più divertente di Bernardo è legato a un'idea venuta al produttore Mario Spedaletti: un film a episodi che doveva essere diretto da Bernardo, Ettore Scola e me. Noi tre ci incontrammo, buttammo giù qualche proposta per il puro piacere di stare insieme, consapevoli che non se ne sarebbe fatto nulla. In uno di questi incontri, chiesi a Bertolucci come mai, dopo più di un secolo, la gente del cinema non fosse riuscita a far comprendere al pubblico cosa fosse veramente il linguaggio del film. E lui mi rispose: «Forse perché non lo abbiamo capito nemmeno noi».
 

Ultimo aggiornamento: 13:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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