ALBERTO SORDI

Albertone, un secolo d'amore

Sabato 13 Giugno 2020 di Gloria Satta

Alberto Sordi nasceva nel cuore di Trastevere il 15 giugno 1920 e chiudeva gli occhi nella sua villa di Caracalla nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003, portato via da un tumore tenuto nascosto a tutti. Roma, la sua adorata città, e l’Italia intera gli dissero addio con un abbraccio di massa: 500mila persone visitarono la camera ardente allestita in Campidoglio, in 250mila parteciparono al funerale celebrato a San Giovanni in Laterano.

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E ora che celebriamo solennemente il centenario della sua nascita, Alberto è più vivo che mai, saldamente radicato nel cinema, nella storia del nostro Paese, nell’immaginario collettivo: i suoi film, più di 180 spalmati su una carriera sessantennale, sono ancora attualissimi, le sue battute («ammazza che fusto», «lavoratori, tiè!», «io so’ io e voi nun siete un ca…») fanno parte del lessico comune mentre è facile ricordare il suo carattere di uomo mite, accogliente e generoso a dispetto dei suoi personaggi tutt’altro che edificanti. Compì insomma il miracolo di farsi amare da tutti dopo aver portato sullo schermo cialtroni e vigliacchi, ladri e trafficanti, mercanti d’armi e venditori di bambini, preti marpioni, predatori di vecchiette, uxoricidi. 

UN AMICO SORNIONE 
Sordi è tuttora considerato dagli italiani come un amico sornione, un parente ”impunito” a cui si perdona tutto. Attore, doppiatore, star della radio, cantante, mattatore dell’avanspettacolo, sceneggiatore, regista, gigante ineguagliato della commedia, ha raccontato il Novecento sullo schermo spaziando dal fascismo al nuovo millennio. Ha affrontato la ricostruzione, l’emigrazione, il boom economico, il femminismo, l’euforia degli Ottanta, l’evoluzione della coppia, il rapporto dei cittadini con la Chiesa, l’arroganza del potere, la solitudine degli anziani. Non era un attore, era un Paese intero con i suoi difetti e le sue virtù. E i suoi film rimangono preziosi documenti antropologici: da Un americano a Roma a Una vita difficile, da La grande guerra a Il boom, da Tutti a casa a Tutti dentro, dal Medico della mutua a Un borghese piccolo piccolo e Nestore, l’ultima corsa Sordi ha raccontato l’evoluzione della politica, del costume, della mentalità meglio di qualunque saggio, testimonianza o inchiesta giornalistica. Attraverso i suoi personaggi, ha smantellato la retorica dei sentimenti con l’umorismo spietato della sua osservazione e ha traghettato il nostro cinema dal neorealismo al realismo comico. La sua forza indiscussa? Portare sullo schermo tipi umani presi dalla realtà e nei quali chiunque potesse riconoscere se stesso, il dirimpettaio, il congiunto, il potente. Per riderne in segno di liberazione ed esorcizzare la cattiva coscienza. 

LO SCIUPAFEMMINE 
Uomo pubblico per eccellenza, non si sottraeva ai bagni di folla: riconosceva in ciascun ammiratore la fonte della sua celebrità, del suo benessere e adorava darsi a tutti. Ma nella sua bella villa che finalmente si apre al suo pubblico, affacciata sulle Terme di Caracalla e costruita un secolo fa dall’architetto Clemente Busiri Vici, aveva creato l’oasi inespugnabile della sua privacy, l’unico luogo al mondo in cui la star Sordi tornava ad essere l’uomo Alberto. Inaccessibile agli estranei, accudito dalle amatissime sorelle Savina e Aurelia, tenacemente ”zitello” fino alla fine dei suoi giorni.

«E che, mi metto un’estranea in casa?» era la leggendaria battuta con cui l’attore spiegava la propria refrattarietà al matrimonio. In realtà si considerava sposato con il lavoro e per nulla al mondo, nemmeno per una moglie e dei figli, avrebbe voluto sottrargli tempo ed energia. «Per gli attori e i preti il celibato dovrebbe essere obbligatorio», affermava. Ma fece una vita da sciupafemmine costellata di fidanzamenti, flirt, amori: il più lungo quello vissuto in gioventù con Andreina Pagnani di 14 anni più grande di lui, il più potente (sia pure platonico) quello provato per Silvana Mangano, moglie del produttore Dino De Laurentiis. Anche questo scopriranno i visitatori, passeggiando da settembre nei suoi luoghi di elezione, tra i suoi oggetti, appunti, cimeli, strumenti di vita quotidiana.

AMORE CAPITALE 
Donne a parte, l’amore più grande mai scalfito dal tempo o dal dubbio fu quello che legò Sordi a Roma: l’attore era perdutamente innamorato della sua città che considerava la più bella del mondo. Tifava per la Roma per tradizione familiare e formazione trasteverina. Magnificava ogni aspetto della Capitale e sognava di liberarla dalle auto. Dovette limitarsi a governarla per 24 ore, tra ali di folla acclamante, in occasione dell’ottantesimo compleanno, il 15 giugno 2000, quando il vero sindaco Francesco Rutelli gli ”prestò” la fascia tricolore per poi recuperarla da un Alberto stremato: «Ruté, riprenditela, nun gliela faccio più».

Nell’ambito del suo amore per Roma, occupa un posto di primo piano il rapporto con Il Messaggero, di cui l’attore è stato editorialista assiduo dal 1988 fino alla fine dei suoi giorni. E la presunta avarizia? Una leggenda metropolitana, maturata negli anni della Dolce Vita in cui Sordi, impegnato a girare tre film contemporaneamente (uno al mattino, un altro a metà giornata, il terzo la sera) non si faceva vedere nei locali alla moda. Fatti, documenti, testimonianze raccontano invece di un uomo generosissimo, sempre pronto a far del bene agli altri, dagli anziani disagiati agli orfani. Ma rigorosamente lontano dai riflettori. Qualcuno, negli ultimi anni, lo voleva senatore a vita e Sordi sarebbe stato tentato dall’esperienza: gli avrebbe permesso, spiegava, di mettere il proprio potere al servizio dei più deboli.

Ultimo aggiornamento: 30 Luglio, 20:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA