Bimbi ucraini nelle scuole italiane, la psichiatra: «Usare un linguaggio semplice e dire la verità»

Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società psicoanalitica italiana segue le insegnanti italiane nell'accoglienza dei bimbi ucraini

Bimbi ucraini nelle scuole italiane: la psichiatra «Usare un linguaggio semplice e dire la verità»
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Lunedì 9 Maggio 2022, 18:14

«Con i bambini ucraini bisogna sempre utilizzare un linguaggio semplice e dire la verità raccontando loro delle storie con toni pacati, in un clima sereno. Lo scoppio delle bombe va cancellato con la dolcezza e la tranquillità della voce dell’insegnante. È un lavoro delicato, di cesello. Bisogna parlare anche di argomenti dolorosi, complessi: la guerra, la casa che hanno dovuto abbandonare, la fuga. E tirare fuori tutti i sentimenti e le angosce che hanno vissuto: la paura, la tristezza, la preoccupazione, l’ansia, i brutti sogni. Un’altra chiave per riuscire ad avvicinarsi ai piccoli è quella di farsi raccontare dei loro animali domestici con i quali hanno uno stretto legame».  Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società psicoanalitica italiana (Spi) e della International psychoanalytical association (Ipa) esegue delle supervisioni per insegnanti di quattro scuole di Roma - tre italiane e una internazionale - e per altri istituti della Toscana. Studi focalizzati sul poter lavorare con bambini ucraini inseriti nelle scuole italiane. Ce ne sono uno o due in media in ogni classe.

Come si svolgono le supervisioni con i bambini ucraini?

Le maestre mi riferiscono leggendo gli appunti che prendono in classe o appena finite le lezioni. Mi forniscono considerazioni, commenti e descrizioni di quello che avviene nelle aule. E mi fanno vedere i disegni dei piccoli perché, come sappiamo, si può capire molto di un bambino da ciò che raffigura.

Quali problematiche mostrano di avere i bimbi ucraini?

Spesso reclamano i genitori, piangono, stanno attaccati alla maestra e avrebbero palesemente bisogno di un rapporto “uno a uno”, ma l’insegnante ovviamente non può accontentarli. Nella scuola dell’infanzia non ci sono elementi particolarmente traumatici legati alla guerra, perché per la maggior parte i piccoli sono venuti in Italia con la mamma o con dei familiari. Alla primaria invece la situazione è diversa, dal momento che molti bambini sono già scolarizzati in Ucraina e quindi hanno difficoltà a inserirsi per via della barriera linguistica, oltre che per il trauma dovuto al conflitto in atto.

Quali reazioni hanno i bambini? Quali le criticità maggiori?

Ce ne sono alcuni molto timidi che hanno difficoltà a inserirsi, ma soprattutto mostrano reazioni forti ai rumori e non conoscono i loro nuovi compagni, per cui possono anche manifestare depressione, essere iperattivi o eccessivamente silenziosi e non partecipi, distaccati, soprattutto le bambine.

Perché soprattutto le bambine?

Perché le femmine manifestano le loro emozioni, soprattutto la depressione, in modo meno ‘fisico’ rispetto ai maschietti. Tendono a essere introverse e silenziose mentre i maschi sono più agitati, iperattivi. In parte è un elemento culturale, ma molto dipende proprio dalla differenze di genere.

In queste situazioni l’insegnante che cosa deve fare?

È importante che mostri grande sensibilità e cerchi piano piano di tirare fuori le bimbe dal loro guscio, aiutandole a esprimere quello che sentono attraverso modi alternativi rispetto alle parole. Per esempio scrivendo un tema se frequentano la primaria, facendo disegni se sono alla scuola dell'infanzia. Inoltre è importante coinvolgerle prima in piccoli gruppi e poi in un cerchio sempre più allargato, che è una modalità didattica molto efficace e utilizzata in quella fascia d’età. Si possono anche dire loro cose del tipo: “Sai che quando i bambini sono tristi, si sentono stanchi?” oppure “Quando hanno paura, si sentono agitati?”. In questo modo con un'unica frase comunicano molte cose: che li hanno visti e osservati, che li tengono nella loro mente e infine danno un nome a quella sensazione che loro provano di tristezza o di timore ma che non sanno definire.

Ci può raccontare qualche caso più complesso?

Un bambino ucraino appena arrivato a scuola dopo un lungo viaggio, stava in classe tappandosi continuamente le orecchie con il palmo delle mani e non voleva partecipare ai giochi perché aveva una forte paura dei rumori. È stato quindi necessario che un familiare facesse da interprete con le insegnanti per far sì che questo bambino si sentisse meno spaventato da questa nuova realtà. Una femminuccia, invece, aveva problemi di incontinenza in classe ma non chiedeva mai di andare in bagno. La visita da uno specialista ha messo in chiaro che il problema era di natura psicologica: per controllare tante emozioni dirompenti la bimba utilizzava il corpo, trattenendo l’urina per ‘non andare in pezzi’, cosa che però non era possibile per tante ore. Da qui gli episodi di incontinenza. Il lavoro con i genitori e le insegnanti è stato quello di cercare di tranquillizzarla, indirizzandola poi verso una psicoanalisi infantile per affrontare il problema dell’emigrazione forzata.

Che risultati state avendo?

Con questi metodi si riescono a formare gli insegnanti, ma soprattutto a contenere le loro ansie e quindi anche quelle dei bambini in classe. È una formazione al metodo psicoanalitico applicato all'insegnamento: a volte vado a vedere come si comportano i bambini in classe e questo si chiama “osservazione”, altre parlo direttamente con loro. Sigmund Freud ha scritto chiaramente che la psicoanalisi è una terapia ma anche un metodo di ricerca che, applicato alla pedagogia, è utile anche agli insegnanti.

Come si fa superare ai bambini il trauma della guerra? Ci sono delle parole chiave che si possono o si devono usare? Quali sono? 

Non ci sono parole chiave. Con i bambini bisogna sempre utilizzare un linguaggio semplice e dire la verità, quindi nominare la guerra, la casa, il viaggio e anche tutti i sentimenti: la paura, la tristezza, la preoccupazione, l'ansia, i brutti sogni. Mai aver paura di dare un nome alle cose. È importantissimo il tono della voce, il ritmo del racconto che deve essere lento e pacato e, soprattutto, bisogna avere la forza interiore per sostenere eventuali reazioni di tristezza che i bambini hanno, sapendo che anche gli adulti le vivono. È un lavoro molto delicato e di cesello. Sui più piccoli viene fatto prevalentemente attraverso la narrazione. Si raccontano storie di bambini che hanno avuto le stesse esperienze e si invita poi la classe a finire la storia. Oppure in altri casi gli alunni intervengono spontaneamente facendo domande o narrando loro stessi delle storie di fantasia.

Quali altre tecniche utilizzate?

Un altro metodo è farli raccontare dei loro animali domestici: gatti, cani, tartarughe e criceti. I bambini hanno uno stretto legame con questi amichetti a quattro zampe e spesso si identificano con loro, per cui narrando queste storie parlano anche di sé stessi ed è così possibile per gli insegnanti, ma anche per gli psicoanalisti, dare ulteriori spiegazioni in un linguaggio comprensibile ai piccoli.

Tre consigli base che dà a un insegnante che deve integrare in una classe romana un bambino che ha visto la guerra. 

Osservarlo, cercando di comprendere come si sente anche dal linguaggio non verbale; ascoltare qualunque cosa il bambino desideri o senta il bisogno di raccontare; presentarlo alla classe e creare dei regali di benvenuto da parte dei compagni. Potranno essere disegni, racconti, pensieri, poesie da attaccare in una bacheca nell’aula o raccogliere in un libro che alla fine dell’anno potrà essere dato a tutti i bambini come ricordo del lavoro svolto insieme. Infine è importante parlare con i genitori, anche online, per riferire dell’andamento del bambino e avere un feedback su come si comporta a casa.

Lei ha scritto un libro con colleghi di tutto il mondo... 

Si, Psicoanalisti in lockdown, edito da Solfanelli. Raccontiamo, io e altri undici professionisti fra italiani, francesi, libanesi e argentini, l'esperienza della pandemia come psicoanalisti con i nostri pazienti e come semplici individui nelle nostre famiglie. Ci siamo riuniti online durante il lockdown mondiale del 2020 in quella fase difficile, con riflessioni personali su aspetti teorici e tecnici e sulla conduzione delle analisi online con i pazienti. Il lockdown è anche una metafora di tutto ciò che accade improvvisamente e ci costringe a restare confinati in un posto. Anche la guerra è mentalmente un lockdown, un mondo che si chiude e che rinchiude. Basti pensare alle persone nei rifugi antiaerei, nell'acciaieria Azovstal, nelle tende dei campi profughi, nelle cantine, ma anche in altri Paesi, dove la gente può sentirsi "imprigionata" per l'impossibilità di tornare a casa propria. Stare in gruppo è sempre una strada ineludibile per rimanere vivi anche mentalmente e tornare a esserlo dopo grandi traumi come la pandemia e la guerra. 

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