​Anticorpi monoclonali, Claudia è la prima italiana curata: «È bastata una flebo»

Anticorpi monoclonali, la prima italiana curata: «È bastata una flebo»
di Mauro Evangelisti
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Martedì 2 Febbraio 2021, 22:45 - Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio, 19:09

Claudia Disi è un’insegnante di 54 anni ed è la prima italiana curata dagli anticorpi monoclonali. Nella seconda parte del 2020 ha lottato contro il Covid, ricoverata allo Spallanzani con una febbre che sembrava eterna. Un giorno, era la vigilia di Natale, le hanno fatto una flebo. Per lei è stata quasi una pozione miracolosa o, per usare un paragone contemporaneo, come la ricarica delle batterie. La guarigione è stata talmente rapida che ha potuto trascorrere il Capodanno a casa con la famiglia. 

Allo Spallanzani di Roma le hanno dato un cocktail di anticorpi monoclonali, quello di Regeneron, lo stesso che guarì Donald Trump. E il 30 dicembre, prima di tornare a casa dopo 45 giorni di ricovero, ha scritto una e-mail al direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia, al direttore dell’Unità operativa complessa Malattie Infettive, il professor Emanuele Nicastri, alla dottoressa Alessandra Abramo. Li ha ringraziati per le cure ricevute. 
«Ho avuto paura, non lo nascondo: questo virus maledetto incute terrore nonostante voi, uomini e donne di scienza, lo abbiate sufficientemente identificato e parzialmente snidato». Ancora: «Non potrò dimenticare Andrea, l’operatore che per primo si prese cura di me quando, in lacrime, la sera del 13 novembre, salutai mio marito e mio figlio e presi possesso del mio letto, il numero 14 (poi diventato 5). E come non citare tutte le infermiere: instancabili, professionali e sempre con il sorriso. Sapete quale è stato, per giorni, il mio cruccio più grande? Quello di temere che, una volta uscita da qui, nel caso avessi incontrato uno di voi, non avrei mai potuto riconoscerne le fattezze. Fa venire questi pensieri la bestia Covid. Perché ci costringe a vivere mascherati, come astronauti». Vaia, direttore dello Spallanzani, ricorda quei giorni: «L’effetto dei monoclonali fu straordinario, ora spero che si faccia presto con l’autorizzazione all’uso generalizzato».

Anticorpi monoclonali, i giorni

Claudia Disi ripercorre i giorni della sua battaglia: «Io ho la sclerosi multipla e per le cure prendo un farmaco che mi abbassa le difese immunitarie. Per questo, il mio medico curante, ha tentato di curarmi a casa, temeva che in un pronto soccorso potessi prendere anche altre malattie. La febbre però era sempre attorno a 39,5. Dopo tre settimane, il ricovero allo Spallanzani. Per una settimana ho avuto la respirazione assistita, ma non sono finita in terapia intensiva. Anche allo Spallanzani ho avuto la febbre per 40 giorni, scemava solo quando mi davano il cortisone, ma poi tornava, sempre sopra 38,5. I medici mi hanno rivoltato come un pedalino, come si dice a Roma. Ho fatto la broncoscopia, la Tac, non si riusciva a capire perché continuasse la febbre. Alla seconda broncoscopia hanno capito che c’era ancora del coronavirus nei polmoni, benché risultassi negativa. L’unica speranza: gli anticorpi monoclonali». Ma né allora né oggi sono autorizzati dall’agenzia del farmaco. I vertici dello Spallanzani hanno chiesto una fornitura, per uso compassionevole, ai produttori americani e il farmaco Regeneron è stato inviato dagli Usa. 

«In realtà sono due farmaci che vengono uniti e poi viene fatta una flebo, per due ore. In un’unica soluzione. Tutto è successo il 24 dicembre, per me è stato un regalo di Natale. Ho dovuto firmare una liberatoria, perché si trattava di un farmaco sperimentale, ma non ho avuto dubbi. E non ho avuto paura. Mi avevano spiegato tutto il professor Nicastri e la dottoressa Abramo. “Malgrado il tuo problema delle difese immunitarie, questo potrebbe risolvere la situazione. Bisogna vedere se le compagnie farmaceutiche ce lo forniranno” mi avevano detto. In quattro-cinque giorni c’è stato un continuo scambio di mail tra la compagnia farmaceutica di Regeneron e i medici dello Spallanzani. Ricordo un lunedì mattina che il professor Nicastri è entrato nella mia stanza e mi ha annunciato sorridente: “ce l’hanno concesso, ce l’hanno concesso”. Sono stata felicissima, mi sentivo che avrebbe funzionato. Non ho avuto paura. Ricordo ancora tutto: il mercoledì il farmaco parte dagli Stati Uniti, arriva prima a Londra, infine il giovedì mattina, vigilia di Natale, allo Spallanzani mi viene messa in vena la flebo. Non ho avuto alcun effetto collaterale, ma ho cominciato, subito ad avere sempre più in forza. Già all’indomani mi sentivo bene. Alla fine Nicastri mi diceva sorridendo: “ma ormai sei qui in villeggiatura”. Ovviamente mi hanno monitorato per una settimana, ma io stavo davvero bene. E il 31 dicembre, dopo una settimana, la bella notizia: sono uscita, ho trascorso il Capodanno con mio marito e mio figlio di 18 anni. E ho sentito subito il desiderio di ringraziare medici e infermieri, straordinari, non possiamo dimenticarli, danno davvero l’anima».
 

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