Vaccini, lo studio inglese già guarda al futuro: «Così saranno resistenti alle varianti»

I vaccini saranno progettati per colpire una parte diversa del virus

Vaccini, lo studio inglese già guarda al futuro: «Saranno resistenti alle varianti»
di Michela Allegri
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Giovedì 11 Novembre 2021, 11:17 - Ultimo aggiornamento: 15:59

Vaccini a prova di variante. È su questo che si stanno concentrando i ricercatori, occupati nello studio dei farmaci in grado di immunizzare dagli effetti dannosi del Covid. I futuri vaccini, infatti, dovrebbero essere progettati per colpire una parte diversa del virus: i medicinali attuali, come Pfizer e AstraZeneca, sono stati sviluppati per riconoscere la proteina spike, che il coronavirus usa per attaccarsi alle cellule umane. La loro efficacia diminuisce gradualmente con ogni evoluzione del virus, a causa delle mutazioni. Gli scienziati sottolineano quindi che i nuovi farmaci dovrebbero concentrarsi sulle proteine che il patogeno utilizza per replicarsi. I ricercatori sostengono anche che l’esposizione passata ai coronavirus stagionali, come quelli che causano il comune raffreddore, potrebbe aiutare le persone a combattere il Covid. I risultati provengono da uno studio inglese, pubblicato sulla rivista "Nature", effettuato su più di 700 operatori sanitari ai quali è stato fatto il tampone con cadenza settimanale per quattro mesi.

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Un decimo dei volontari regolarmente negativi aveva sviluppato cellule T, in grado di riconoscere il coronavirus, a prescindere dalla versione in cui si presenta, e di rimanere attive. Queste cellule funzionavano contro le proteine di replicazione del Covid. I vaccini attualmente utilizzati sono estremamente efficaci nell’impedire alle persone di ammalarsi gravemente: da questo punto di vista il livello di protezione raggiunge il 90%. Sono meno efficaci (si scende al 60%) nell’impedire di contrarre l’infezione. Prendendo di mira la proteina che il Covid utilizza per diffondersi nel corpo, e che si trova in ogni coronavirus, i farmaci potrebbero essere ancora più utili nella prevenzione della trasmissione del virus. Lo studio, svolto dai medici del St. Bartholomew’s Hospital, è stato condotto durante la prima ondata della pandemia, la scorsa primavera.

 

Quasi quattro quinti dei lavoratori non sono mai stati infettati dal virus. I ricercatori volevano capire se questo gruppo di persone non fosse mai entrato in contatto con il virus, o se invece il loro corpo fosse riuscito ad evitare la replicazione delle cellule infette. I campioni di sangue dei 573 partecipanti hanno rivelato che uno su 10 aveva diversi tipi cellule T, in grado di individuare il virus all’interno del corpo, prendere di mira le proteine di replicazione e aiutare a eliminare l’infezione. L’ipotesi, quindi, è che questi soggetti abbiano sperimentato un’infezione di basso livello, che non è stata rilevata dai test.

Il corpo produce le cellule T anche in risposta ad altri membri della famiglia del coronavirus, come quelli che ogni anni causano il raffreddore. Uno dei coordinatori dello studio, il dottor Leo Swadling, ha dichiarato: «La precedente esposizione al raffreddore comune potrebbe aver dato a questi individui un vantaggio contro il virus, facendo pendere la bilancia a favore del loro sistema immunitario che ha eliminato il virus prima che iniziasse a replicarsi». Per questo motivo gli scienziati pensano che un vaccino mirato alla proteina di replicazione potrebbe funzionare. 

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