CORONAVIRUS

Aborti, in Italia diminuiscono ma 7 ginecologi su 10 sono obiettori. Le associazioni: «Ritardi per il Covid-19»

Domenica 12 Luglio 2020 di Camilla Mozzetti
Aborti, in Italia diminuiscono ma 7 ginecologi su 10. «Ritardi per la pandemia del Covid-19»

Diminuiscono anche se restano elevati gli interventi in alcune Regioni come Marche, Friuli Venezia Giulia e nella provincia autonoma di Bolzano. A farne principalmente ricorso sono donne italiane tra i 25 e i 34 anni, con un diploma e un posto di lavoro, nubili nel 61,3% dei casi e senza figli nel 45,3% delle situazioni. Sono questi alcuni dei dati definitivi e relativi al 2018 che il ministero della Salute ha pubblico nell'ultimo rapporto sulle interruzioni di gravidanza in Italia e sull’attuazione della legge 194 del 22 maggio 1978 che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità.

Nel 2018 sono state eseguite 76.328 interruzioni volontarie di gravidanza, il 5,5% in meno rispetto all'anno precedente (80.733 interventi) con una riduzione più che significativa sul 1983 anno in cui in Italia si registrò il valore più alto: 234.801 casi. E se continuano a scendere le interruzioni fra donne straniere (due anni fa rappresentavano il 30,3% di tutti gli interventi) diminuiscono anche quelli delle minorenni: 2.001 casi che equivalgono al 2,6% di tutte le interruzioni e che confermano il minor ricorso all'aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrati negli altri Paesi dell'Europa occidentale. 

Continua ad aumentare la percentuale di interventi effettuati precocemente, quindi meno esposti a complicanze: il 50,9% degli interventi è stato effettuato entro le 8 settimane di gestazione (rispetto al 48,9% del 2017 e al 41,8% del 2012), il 12,1% a 11-12 settimane e il 5,6% dopo la 12esima settimana. Inoltre si riscontra una leggera tendenza all’aumento della percentuale di Ivg oltre 12 settimane di gestazione: 5,6% nel 2018 e 2017, rispetto a 5,0% nel 2015 e 3,8% nel 2012.

A incidere sulla diminuzione, l’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza, Levonorgestrel (Norlevo) pillola del giorno dopo e Ulipistral acetato (ellaOne) - pillola dei 5 giorni dopo. Per il primo medicinale il ministero della Salute ha contato un aumento significativo rispetto al 2015 quando la distribuzione del farmaco si fermava a 161.888 casi arrivando quattro anni più tardi a toccare 338.028 assunzioni. Per tali farmaci, per i quali è stato abolito l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, è indispensabile una corretta informazione alle donne per evitarne un uso inappropriato.

Tuttavia aumentano, invece, i ginecologi obiettori di coscienza, quelli che in sostanza rifiutano l'aborto. Sempre dall'indagine del Ministero si evince infatti che 7 medici specialisti su 10 non effettuano interruzioni di gravidanza e complessivamente le Regioni nel 2018 hanno fotografato questo scenario: hanno presentato obiezione di coscienza il 69% dei ginecologi, il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale non medico segnando un aumento rispetto ai dati dell'anno precedente. Di contro in alcune realtà è aumentato il carico medio di lavoro settimanale per i ginecologi non obiettori a tal punto che in Puglia e in Calabria si superano le nove interruzioni a settimana: 14,6 nel primo caso e 9,5 nel secondo. Nevralgico appare invece il ruolo ricoperto dai consultori familiari sia per l'assistenza psicologica sia per quanto concerne il supporto nello svolgimento delle pratiche necessarie. 

Più recentemente proprio nei mesi del "lockdown" dovuto alla pandemia del Covid-19 tuttavia è arrivato un allarme da parte della Laiga, la Libera associazione italiana ginecologi per l'applicazione della 194:  «Nella dichiarazione della Commissione per i diritti umani del Consiglio d'Europa del 7 maggio scorso - spiega la presidente Silvana Agatone - viene citata anche l'Italia, facendo riferimento al documento chiarimenti: Linee di indirizzo per la rimodulazione dell’attività programmata differibile in corso di emergenza da Covid-19 presentato dal ministero della Salute il 30 marzo. In quel documento si stabiliva che l'aborto doveva essere incluso nei servizi indifferibili e che quindi gli ospedali e i presidi medici dovevano garantire la continuità del servizio». 

Attraverso un questionario che l'associazione ha inviato a 70 strutture sul territorio nazionale, si evince che nel 13% dei casi il personale non obiettore è stato dirottato in altri reparti o ridotti e che che dunque il 40% delle strutture ha ridotto le sedute o chiuso o non ha somministrato più il farmacologico a fronte di un 7% che ha detto di essersi riorganizzato per aumentare le prestazioni. 
 

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