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Roma, «Correte, papà picchia la mamma», bimbo di 8 anni chiama il 112. Ma la madre non denuncia

Il piccolo in casa con i fratellini ha chiamato il numero unico. La donna con il volto tumefatto ha rifiutato il ricovero: "Andate via"

Roma, «Correte, papà picchia la mamma», bimbo di 8 anni chiama il 112. Ma la madre non denuncia
di Alessia Marani
4 Minuti di Lettura
Domenica 7 Agosto 2022, 08:29 - Ultimo aggiornamento: 8 Agosto, 10:25

«Aiuto, correte, fate presto. La mia mamma sta male. Papà l'ha picchiata, è a terra con tanto sangue sul viso, non voglio che muoia». La voce al telefono con l'operatore del 112, rotta dall'emozione, è quella di un bambino di appena 8 anni. C'è lui in casa con i fratellini ancora più piccoli ad assistere alle urla e alle botte. Ha paura, piange, ma da ometto si fa coraggio e prende da solo il telefonino e chiama la polizia. Forse l'ha visto fare alla tv, oppure avrà sentito la madre in pericolo gridare al suo aggressore «fermati oppure adesso chiamo le forze dell'ordine e ti faccio arrestare» e, quindi, ha pensato di non perdere tempo e farlo lui stesso. E chissà quante volte era già successo, forse non era la prima che accadeva. Fatto sta che l'altro pomeriggio è stato lui, a soli 8 anni, a provare a strappare la sua mamma dalla morsa di umiliazioni e violenza in cui era finita. Senza però riuscirci del tutto. Perché, alla fine, è mancato alla mamma il coraggio di sporgere denuncia e porre fine alle violenze. Ma ecco che cosa è successo.

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LA DINAMICA
Il piccolo chiama i poliziotti perché arrivino in suo aiuto. L'agente che risponde al telefono riesce a ottenere tutte le indicazioni fondamentali. Dove sei? E lui prova a dare l'indirizzo. Gli operatori si aiutano geolocalizzando la chiamata, altri si mettono in contatto con i soccorsi. Chiamano anche l'ambulanza. In pochi minuti alla periferia Est di Roma arrivano le volanti.

Apparentemente, dall'esterno, sembra tutto tranquillo: la strada è semideserta in questi giorni di agosto, la maggior parte del vicinato è in vacanza, il sole cuoce l'asfalto e nel giardino di casa ci sono sparsi i tanti giochi dei bambini, con la portafinestra socchiusa. Gli agenti si fanno aprire e subito trovano i bambini. Il più grandicello gli va incontro. La mamma, nel frattempo, si è rialzata, ha il volto tumefatto, sono evidenti i segni dell'aggressione subita ed è molto scossa, ma anche sorpresa di vedere le divise e di tanto trambusto. Arrivano anche i sanitari dell'Ares 118 pronti a portarla in ospedale. È evidente che ha bisogno di cure e anche di un supporto psicologico. A quanto pare, invece, chi l'ha aggredita, non è chiaro se il padre naturale o il patrigno del bambino, si è allontanato. Circostanza che non è bastata alla donna per farle trovare il coraggio di denunciarlo. «Non voglio presentare querela, non voglio andare in ospedale, non ho bisogno di niente», ha tagliato corto mettendo tutti alla porta.
Secondo l'ultimo rapporto della Commissione d'inchiesta al Senato sul femminicidio e sulla violenza di genere che ha studiato circa 1500 fascicoli processuali, i due terzi delle donne vessate non parla, non si confida e soprattutto non chiede aiuto a nessuno. Eppure i casi sono in aumento: tra il 2021 e il 2020 le telefonate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, sono raddoppiate, soprattutto a Roma. «Troppe volte - racconta una poliziotta di lungo corso - le forze dell'ordine intervengono per liti o aggressioni, specie nello stesso ambito familiare, su chiamata di passanti o vicini di casa, ma una volta sul posto e acquietati gli animi, le vittime si rifiutano di denunciare. Per paura di ritorsioni o perché non hanno autonomia economica o temono, addirittura, immotivatamente di perdere i figli. Le prime a dovere essere consapevoli dell'inferno in cui vivono sono le donne che, ricordiamo, possono rivolgersi, oltre che alle autorità, ai centri antiviolenza o ai servizi sociali per avere tutti gli aiuti mirati».

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