'Ndrangheta a Roma, il Laurentino 38 si ribellò: preso anche l'autore del raid al bar

Il raid al Laurentino ripreso dalla telecamera del bar
di Alessia Marani
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Mercoledì 11 Maggio 2022, 11:21

Ancora prima della Dia era arrivata la sollevazione degli abitanti del Laurentino 38 che si erano opposti alle violenze e alle intimidazione degli ‘ndranghetisti nel loro quartiere fino a cacciarli via. Giovanni Scarcella, nato a Oppido Mamertina (Reggio Calabria), 56 anni fa, il pomeriggio di sabato 4 febbraio, armato di spranga di ferro, insieme alla moglie, alle tre figlie e a un nipote, aveva fatto irruzione nel bar “Antico Caffè” di via Filippo Tommaso Marinetti distruggendo sedie e tavolini, terrorizzando le famigliole presenti, soprattutto, era riuscito quasi ad ammazzare di botte il giovane proprietario Andrea, salvato solo grazie alla coraggiosa interposizione di due clienti che gli avevano fatto letteralmente da scudo con i loro corpi.

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Un efferato episodio che era stato raccontato sulle pagine de Il Messaggero e che aveva portato, ad aprile, dopo nuove minacce e atti di sfida, a un decreto di allontanamento nei confronti di Scarcella & Co. Così, quando, ieri mattina gli investigatori dell’Antimafia hanno dovuto notificare al cinquantaseienne, pluripregiudicato, già condannato per tentato omicidio, detenzione e porto di armi e traffico di droga, la misura cautelare in carcere non hanno bussato alla porta della sua residenza, in via Gogol a due passi dall’Antico Caffè, ma l’hanno dovuto cercare fuori dai confini del Lazio visto che da aprile aveva il divieto di dimora nella regione.
Scarcella nelle carte dell’inchiesta Propaggine condotta dai pm Giovanni Musarò, Francesco Minisci e Stefano Luciani con carabinieri e polizia, compare come il mediatore (e visto il suo cv scrive il gip nell’ordinanza «se ne deduce, che non fosse un mediatore immobiliare o agente di commercio») nella tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di Lorenzo Silvi attuata insieme al boss Antonio Carzo.

 


LE INTERCETTAZIONI
Scarcella, infatti, è uno dei pochi fidati a essere ammesso in casa del capo della “locale” romana di ‘Ndrangheta alla Cecchignola ed esegue prontamente l’ordine di portare al suo cospetto una coppia incaricata di riferire l’ambasciata minacciosa al Silvi, reo di non avere restituito a Carzo i 25mila euro consegnatigli a titolo di caparra per l’acquisto di un bar. Silvi, come scrive il giudice, non è proprio uno stinco di santo, ma non è calabrese, è omano e «benché usuraio e truffatore, non si rendeva ben conto del livello criminale delle persone con cui aveva a che fare». Il boss prospetta gravissime ritorsioni fisiche per lui, la moglie e gli eventuali figli minori fino a ipotizzarne il sequestro: «Gli butto tanto di quell’acido in faccia alla moglie... a lui lo metto sulla sedia a rotelle... ti prendo i bambini.. i bambini a che servono? Per fargli male». Anche il funerale del padre di Scarcella, Antonino, nella chiesa di San Mauro Abate, era stato occasione per una riunione collaterale dei vertici ‘ndranghetisti a Roma e in una intercettazione ambientale del luglio 2017, Carzo spiegava a Giovanni come adottasse l’accortezza di non farsi vedere in compagnia di soggetti appartenenti o contigui alla ‘ndrangheta per non destare sospetti: «Con Vincenzo (Alvaro, ndr) ci vediamo solo se necessario con i suoi cognati». Ma perché tanta rabbia nei confronti dell’Antico Caffè del Laurentino? I proprietari dopo il raid hanno fatto denuncia. Sul caso si è svolto un consiglio straordinario del IX Municipio e della pericolosità degli Scarcella ha parlato il prefetto Matteo Piantedosi in audizione Antimafia. Il sospetto è che le cosche volessero appropriarsene o comunque farne l’ennesima base per i loro affari. Non solo. I residenti non avevano dubbi: «Abbiamo fatto tanta fatica negli anni per abbandonare il degrado di un tempo, invece quelli sono arrivati da Anzio, hanno occupato le case, vogliono impossessarsi delle piazze di spaccio e rendere i nostri figli schiavi, non glielo permetteremo».

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