Elezioni a Roma, Stirpe: «Più funzioni e poteri alla Capitale, così potrà ripartire anche il Paese»

Elezioni a Roma, Stirpe: «Più funzioni e poteri alla Capitale, così potrà ripartire anche il Paese»
di Jacopo Orsini
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Sabato 18 Settembre 2021, 07:10

«La rinascita dell'Italia non può che passare dalla rinascita di Roma. E la rinascita di Roma non può che avvenire attraverso la definizione delle funzioni, e dei poteri associati a queste funzioni, che Roma dovrà svolgere». Maurizio Stirpe, vice presidente di Confindustria e in passato numero uno degli industriali romani e del Lazio, imprenditore dell'automotive e patron del Frosinone Calcio, è un osservatore attento delle vicende della Capitale. E considera il problema del ruolo della città una delle priorità su cui bisogna agire immediatamente «se si vuole che Roma svolga le funzioni che negli Stati moderni devono svolgere le capitali e se si vuole affrancare Roma da certi stereotipi che non fanno vedere la parte fortemente dinamica che costituisce il cuore della città. Spesso si preferisce concentrare l'attenzione su aspetti secondari e su vizi e difetti presenti in tutte le città italiane».
Da dove bisogna cominciare?
«Bisogna partire dal presupposto che se Roma nel nostro Paese non ha lo standing e il ruolo che hanno le altre capitali nel resto d'Europa lo si deve soprattutto al fatto che dal punto di vista istituzionale non le vengono riconosciute le funzioni che deve svolgere. È evidente che bisognerà ridisegnare il ruolo di Roma Capitale partendo innanzitutto dalla definizione chiara delle competenze tra Stato, Regione, città metropolitana e Comune e quindi associando a questi ruoli i fondi necessari».

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Quali sono le specificità di Roma da considerare?
«Innanzitutto dobbiamo associare la condizione particolare di Roma al ruolo che deve svolgere. Sappiamo benissimo che a Roma esistono due Stati, questa è la prima specificità. A Roma ci sono tutte le ambasciate del mondo. E poi a Roma ci sono i ministeri e spesso diventa lo sfogatoio di tutte le proteste che, a torto o a ragione, vengono portate avanti in Italia. A queste specificità devono essere associati poteri e risorse. A me sembra che molto spesso è stata fatta leva sugli stereotipi negativi senza considerare invece le grandi qualità e le funzioni che la capitale ha svolto in tutti questi anni».
Quindi cosa suggerisce di fare?
«Dobbiamo partire da un ridisegno, come stiamo suggerendo da tempo, delle competenze e delle funzioni degli attuali Municipi. Dalla ricerca di un equilibrio e di un coordinamento tra la specialità di Roma Capitale e il ruolo della Città metropolitana, della Regione e dello Stato. La discussione sul riassetto dei poteri e della struttura di Roma Capitale non può che passare attraverso un riequilibrio di tutte queste funzioni».
Quali sono in particolare i poteri che dovrebbero essere trasferiti a Roma?
«Bisogna capire come viene intesa questa riforma. Ritengo che Roma Capitale debba avere una maggiore capacità di autodeterminazione in particolare per risolvere gli annosi problemi che ha in tema di mobilità, di gestione dei rifiuti e dell'economia circolare e di decoro urbano. Sicuramente c'è un problema di funzioni ma anche di risorse associato a questo ragionamento. Però dobbiamo partire da temi che sono secondo me conditio sine qua non per il futuro della Capitale».
A cosa pensa in particolare?
«Innanzitutto all'incremento delle competenze, delle funzioni e dell'autonomia degli attuali Municipi. Noi non dobbiamo dimenticare che Roma ha dei municipi che sono delle città di medio grandi dimensioni, basta pensare a Ostia».

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I Municipi dovrebbero avere più poteri?
«Sicuro. La gestione operativa delle principali funzioni che riguardano la vita dei Municipi dovrebbe essere assegnata ai municipi stessi. Non possiamo pensare che il sindaco di Roma si curi anche di tutti gli aspetti operativi dei Municipi e allo stesso tempo debba pensare alle esigenze dell'hinterland. Ci vorrebbe una ripartizione delle funzioni migliore e secondo me anche più spostata su un gruppo di persone e non su una persona sola».
Si può quantificare quanti fondi dovrebbero essere trasferiti ogni anno a Roma?
«In passato si era quantificato in 500 milioni le risorse necessarie per svolgere tutte le funzioni di Roma Capitale. Fondi che comunque oggi sarebbero insufficienti. Secondo me bisogna capire quale ruolo la Capitale deve svolgere all'interno del nostro Paese e senza ipocrisia e pregiudizi associare le risorse a quelle che sono le funzioni».
Perché tanto ritardo nel prendere in mano la situazione? Di chi è la responsabilità?
«La politica ha fatto da cinghia di trasmissione delle istanze di chi non voleva dare a Roma il ruolo che le compete. Vedeva minacciate le sue prerogative. Poi c'è stata probabilmente la paura che Roma diventasse troppo forte, troppo centralista o forse la rappresentazione di uno Stato troppo centralista».
Quindi è stata colpa dei partiti nordisti?
«Secondo me non è un fenomeno da associare solamente al Nord. Tanti hanno spinto in quella direzione. Non c'è mai stata in passato una dialettica Nord-Sud con il Sud schierato per associare maggiori poteri e funzioni a Roma».
Insomma non è stata solo la Lega a non voler dare più poteri a Roma.
«No assolutamente. Penso che ci sia stata più di una spinta e più di una istanza a vedere nell'associazione di questi nuovi poteri a Roma a una eccesso di centralismo. Questa preoccupazione esiste da quando sono state create le Regioni, quindi dagli anni Settanta».
Perciò sono state anche le Regioni del Centro e del Sud ad aver contrastato il ruolo di Roma.
«Le Regioni sono un potere concorrente con quello dello Stato, il potere dello Stato è rappresentato da Roma e quindi questa dialettica di concorrenzialità spesso è emersa quando c'era la necessità di dare un ruolo maggiore a Roma. Certamente l'istituzione delle Regioni è stato uno dei fattori che ha contribuito a creare questa situazione».

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