Desirée, accusa-choc del pusher: «Viva se fosse rimasta con i genitori»

Mercoledì 9 Ottobre 2019 di Enrico Lupino

«Se la ragazza quel giorno fosse stata in casa con i familliari, io Salia Yusif non sarei in carcere». Sono le parole, scritte nere su bianco, dal 33enne ghanese accusato dello stupro di Desiree Mariottini nella sua denuncia per abbandono di minore ai danni dei familiari della 16enne di Cisterna di Latina. L'atto è stato deposto ieri durante l'incidente probatorio e ha il sapore dell'assurdo per i genitori della ragazza uccisa nella notte fra il 18 e il 19 ottobre dello scorso anno, già gravati dal peso della perdita della giovane ritrovata dagli investigatori, esanime su un materasso nello stabile abbandonato in via dei Lucani nel quartiere di San Lorenzo. Desiree sarebbe rimasta, secondo le ricostruzioni, per ore in balìa dei suoi aguzzini, fra cui Salia, prima di perdere la vita dopo essere stata violentata in gruppo.

Desirée, «lasciata morire dopo le droghe e lo stupro». In sette sotto accusa
 

 

LA QUERELA
La considerazione, come detto dal ghanese fra le righe della querela, viene accompagnata da altre su «un quadro familiare si legge turbolento» all'interno del quale nessuno sarebbe riuscito a «tenere Desiree lontano dai guai». L'ipotesi della difesa di Salia, rappresentato dall'avvocato Maria Antonietta Cestra, si spinge quindi fino alla presunta mancata cura dei problemi con gli stupefacenti, di cui a giudizio dell'accusa però il ghanese e compagni non ebbero remore a sfruttarne gli effetti. Insomma la condotta di genitori e parenti, a giudizio del querelante, avrebbe concorso a mandare la ragazza nel baratro. Nonostante le accuse, vagliate dai test del dna e pronunciate a carico dello stesso Salia, quella nottata avrebbe potuto evitarsi «esercitando le normali e consone funzioni genitoriali sulla minore, ossia si legge ancora negli atti semplicemente controllandone i movimenti».
Le considerazioni che suonano sì paradossali ai cari di Desiree sono però entrate nella storia di questa vicenda processuale, considerate da una parte cause dell'andamento dei fatti. Il coup de theatre dei legali di uno dei quattro violentatori (con Salia sono accusati di abusi sessuali su minore e omicidio volontario aggravato Mamadou Gara, detto Paco, Brian Minteh e Alinno Chima) ha segnato l'incidente probatorio durante il quale è stata raccolta la testimonianza di uno dei tre che avrebbero assistito a quella terribile nottata. «Gli imputati ci hanno impedito di chiamare i soccorsi» avrebbe detto l'unico testimone arrivato a piazzale Clodio rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Maria Monteleone e del sostituto Stefano Pizza. Il quadro tratteggiato dagli inquirenti sarebbe stato cristallizzato nella lunga giornata di ieri in aula Occorsio nelle parole del testimone. All'inizio dell'udienza si sono costituite le parti civili, fra cui il Campidoglio e la Regione, che seguiranno il processo ai quattro africani.

LA PROTESTA
La giornata era iniziata fra gli striscioni appesi di fronte alla cancellata del Tribunale di Roma da chi è venuto ad assistere all'inizio dell'iter per il processo di Desiree. «Desy vita nostra, ti amiamo» è scritto su un manifesto steso in orizzontale. Desiree Mariottini, secondo i pm, quella notte di ottobre è stata uccisa «usandole violenza mediante costrizione delle braccia e delle gambe». E i suoi aguzzini l'avrebbero costretta a subire «ripetuti rapporti sessuali» anche quando aveva perso conoscenza. Per l'accusa inoltre i responsabili avrebbero fatto in modo da «conseguire l'impunità nel delitto di violenza sessuale di gruppo».

Ultimo aggiornamento: 08:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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