Roma ritrova se stessa, ora mai più degrado

Roma ritrova se stessa, ora mai più degrado
di Mario Ajello
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Venerdì 1 Maggio 2020, 08:40 - Ultimo aggiornamento: 17:57

Da una finestra di via delle Muratte, nel pieno dell'ex suk di Fontana di Trevi, si affaccia una signora e dice: «Siamo tornati a respirare Roma». Che non è più l'odoraccio dei gelati fosforescenti da iper-turismo malamente massificato né il cattivo sapore dei panini plastificati. Nella Roma da lockdown che sta per finire, e in cui si deve pensare al dopo con l'orgoglio di renderla più splendente di prima, sta tutta sola la Fontana di Trevi e sembra più grande del solito.

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Lo stesso vale per il resto del centro storico. Amplificato dallo spopolamento, il cuore di Roma ritrova la maestosità che gli è sempre appartenuta e che il sovraccarico di tossine - turismo troppo invadente e mal controllato, decoro disatteso, un'abitudine a sentirsi nell'eden come se il giardino non dovesse essere curato per restare paradisiaco - ha invece finito per appesantire in tempi normali, che appunto non sono questi. Ecco la scalinata di piazza di Spagna senza la folla e senza i piccioni e ha uno slancio mai visto, accompagnato soltanto dal suono dell'acqua berniniana della Barcaccia.

Se poi ci si allunga verso il Colosseo, non si riesce a concepire neppure il ricordo della presenza umiliante dei fachiri, dei centurioni, degli ambulanti con la loro paccottiglia. E non ci si perde ma ci si ritrova in questa irrealtà della Roma città chiusa ancora per un po', che per paradosso e per sottrazione riporta Roma alla sua vera essenza. Quella di una capitale incomparabile con tutte le altre per la forza che emana, ed è nella nudità che riesce a dare il meglio del proprio fascino. Proprio vedendola così, non bisogna arrendersi allo stupore ma lucidamente assumerne la portata per dire a se stessi: riaprire Roma, certo, ma guai a imbruttirla di nuovo!
 

 

LO SPETTRO E L'ORGOGLIO
Il virus è una tragedia, l'impoverimento che la malattia rischia di portare è un brutto spettro, e però ci può essere una catarsi civile, quindi anche estetica, per questa Capitale. Che ha fatto dell'eccesso inutile, della damnatio memoriae (perché Parigi difende le sue botteghe storiche e noi no? Perché ai grandi caffé che Roma poteva vantare si sono sostituiti i tramezzinifici e l'escalation di cacio & pepe? Perché il kitsh per stranieri s'è preso quasi tutta la scena?) e del deficit di autostima, riempito dalla cedevolezza a ogni abbassamento di livello, i suoi punti deboli. Non c'è migliore occasione di una ripartenza, per ripartire con la consapevolezza giusta. Quella che sa, o deve sapere, che il centro di Roma tra le res nullius e le res totius (per usare la distinzione giuridica) è tra queste ultime: è una cosa che appartiene a tutti, cioè ai romani e al mondo, e non una cosa che non appartiene a nessuno. Dunque, occorre puntarci sopra con estrema determinazione, convinti che può essere insieme città d'arte e straordinario polo d'attrazione e insieme città moderna e funzionante nella sua vita di comunità.

Vedere il Colosseo in queste ore funge da doping per crederci ancora di più. La sua solitudine trasuda solidità ma il monaco Beda, chiamato il Venerabile (672-735 d.C.), ci ha messo in guardia: «Quando cadrà il Colosseo / cadrà anche Roma; / quando cadrà Roma, / cadrà anche il mondo».

Non che ci sia per ora questo pericolo. Ma l'Urbe può vivere molto meglio e può prosperare di più. Sarà irripetibile la scena di ieri mattina. Passa una suora, una sola, sotto il colonnato del Bernini a piazza San Pietro e il rumore di quei passi attiva l'eco del barocco, fa risuonare meravigliosamente la storia ora che non c'è il baccano. E però tra un episodio così straordinario e l'ordinarietà del troppo che ammorba a colpi di santini elettrici made in Bangladesh o di magliette con il numero 10 di Totti e l'effigie di Padre Pio, deve pur esserci la via di mezzo.

Quella che contempla l'eccellenza ma senza perdersi in una concezione elitaria della cultura e del turismo, perché questa è anche e deve esserlo sempre meglio e di più una città di affari, di commerci, di industriosità. L'identità del cuore di Roma, adesso che ha riconosciuto di nuovo se stessa, insomma deve insistere sul primato della bellezza. Cercando di distinguere, secondo gerarchie culturali ma anche economiche, che cosa non merita di stare su questo palcoscenico - tanti negozi tutti uguali? L'appiattimento da spaghetteria? Il caotico permissivismo da città mordi e fuggi? La mentalità da affittacamere? I continui cortei che sfruttano Roma e la paralizzano? - e che cosa invece lo deve occupare, alleggerendolo dalle zavorre che ne riducono il rango. Piazza del Pantheon com'era ieri mattina può valere come sintesi del discorso.

I TRE IMPERATORI
Gli abitanti del rione, che sembravano non esistere quasi più, sono riemersi e passeggiando dove fino a marzo si moltiplicavano i tavoli e le fiaschette dicevano proprio questo: «Il lockdown ci ha fatto scoprire il nostro patrimonio. Non sprechiamolo un'altra volta». Sono sicuri che non sarà facile coniugare la frenesia con l'estasi, e intanto però si godono il momento. Nel Pantheon chiuso s'affacciano due persone. E restano lì dentro qualche minuto, beandosi di non dover condividere con altri - e senza file e senza saltafile - questa fortuna.

Forse sarà nel 38 l'ultima volta che questo monumento ha visto solo due visitatori al suo interno, e non frotte ed eserciti. In quel caso si trattò - come racconta anche un buon documentario - L'uomo che non cambiò la storia - di Hitler e del suo accompagnatore, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il celebre archeologo, accanto al Fuhrer privo di scorta, ripeteva a se stesso nella sua coscienza di anti-fascista mascherato in camicia nera: «Lo ammazzo o non lo ammazzo?». Scelse la seconda opzione. Ma vabbé, ora l'essenziale è altro.
Su via dei Fori Imperiali ci sono le statue di Nerva, di Augusto e di Traiano. Tutti e tre con il braccio alzato e il dito puntato verso il Campidoglio. Come a dire: «Tocca a te riportare Roma nel suo splendore». Ma tocca anche a noi. E la sciagura del Coronavirus può diventare un'iniezione di coraggio.

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