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Morte nella favela del Flaminio, gioiello della Roma abbandonata

di Claudio Strinati
3 Minuti di Lettura
Sabato 3 Febbraio 2018, 00:16
Certi luoghi non muoiono solo in quanto edifici, ma possono diventare contenitori di morte veri e propri. Il caso, gravissimo in sé, riguarda lo stadio Flaminio di Roma, una grande opera d’arte firmata da Pier Luigi e Antonio Nervi ma anche un’opera pubblica per il valore che ha nel mondo dello sport. Il caso del Flaminio è sotto questo aspetto simbolico e genera una riflessione su quelle che possono essere le responsabilità delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli, comunali e statali. Meditando su questa tristissima vicenda, viene in mente che ancora oggi in una città come Roma non si riesca a sanare il problema dell’abbandono, anche quando parliamo di strutture che hanno una rilevanza storica e culturale enorme, luoghi sportivi ma anche di cultura nel senso più vasto.

È facilissimo, purtroppo, individuare casi di abbandono nelle grandi aree periferiche della città. Molto più impressionante è constatare condizioni di abbandono di edifici nel pieno centro della Capitale. Mi vengono in mente tre esempi. Il primo è Palazzo Rivaldi, una magnifica struttura del Cinquecento decorata con affreschi pregevolissimi, dotata di un parco che costeggia i Fori imperiali. Apparteneva a un antico istituto religioso prima di finire sotto il controllo dell’amministrazione pubblica. Oggi versa in uno stato di abbandono che dura da decenni. Dal lato opposto del centro di Roma, l’antico palazzo dell’ospedale San Giacomo, gigantesco e di grande pregio, da quando è stato chiuso, probabilmente per motivi sacrosanti che non spetta a me giudicare, si presenta come un immane pachiderma abbandonato. Il terzo caso, sul Celio, è l’edificio dell’Antiquarium Comunale, dove anticamente era stato progettato un museo archeologico. Avrebbe dovuto quindi contenere reperti di grande rilevanza, invece è lasciato al degrado, in un’epoca come la nostra in cui si dà grande importanza all’archeologia.

Ci sono poi spazi in semi-abbandono forse ancora più tristi di quelli nell’abbandono più totale. Penso al quartiere San Lorenzo, che presenta ancora oggi i segni del bombardamento che risale alla Seconda guerra mondiale, eppure è a due passi da un polo culturale come l’università La Sapienza. Non voglio sostenere che tutta Roma oggi sia abbandonata, ma non si può negare che esista il problema dell’abbandono.

Sarebbe importante fare tesoro di un evento luttuoso come quello accaduto ieri per dedicare alla città l’attenzione che merita, per riscoprire l’esigenza di un piano culturale per Roma. Nei bilanci degli assessorati alla Cultura, sia della Regione che del Campidoglio, dovrebbe comparire una voce specifica per il recupero del nostro patrimonio culturale e sportivo. Non più singoli interventi di restauro, ma una strategia dedicata per contrastare l’abbandono, che metta ai primi posti le opere di maggiore valore, a partire dal Flaminio.
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