PAPA FRANCESCO

Papa Francesco, i morti nel genocidio del 1915 sono martiri anche per noi cattolici

Domenica 26 Giugno 2016 di Franca Giansoldati
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Yerevan - Persecuzioni contro i cristiani ieri, persecuzioni contro i cristiani oggi. Il tempo sembra avere insegnato poco. In una dichiarazione firmata da Papa Francesco e dal patriarca armeno Karekin II viene messo nero su bianco che il milione e mezzo di armeni morti nel genocidio del 1915 (per la maggior parte appartenenti alla Chiesa armena apostolica) vanno considerati martiri anche per la Chiesa cattolica. Senza alcuna distinzione. «I martiri appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un ecumenismo del sangue che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo».

Nel testo del documento firmato poco prima che Papa Francesco lasciasse Etchmiadzin, la sede del patriarcato, non poteva mancare un cenno alle persecuzioni che ultimamente bagnano di sangue il medio oriente e molti paesi africani. «Siamo purtroppo testimoni di un’immensa tragedia che avviene davanti ai nostri occhi: di innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo. Ne consegue che le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana».

La speranza comune per il Papa e il Patriarca è di vedere la fine di queste brutalità. Anzi. Si spera in una conversione dei carnefici. «La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» . A questo proposito, hanno aggiunto, facendo un cenno alla guerra in corso contro l'Azerbaijan, «esprimiamo anche la nostra speranza per una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno- Karabakh». La via della riconciliazione e della fraternità è sempre aperta. In Armenia, come altrove, «c'è più bisogno di pane che non di armi». © RIPRODUZIONE RISERVATA