Elezioni comunali/Come il voto può cambiare la geometria della politica

Venerdì 17 Giugno 2016 di Alessandro Campi
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Si sente ripetere spesso, in questi giorni, che le elezioni amministrative non hanno e non dovrebbero avere, quale che sia il loro esito, un riflesso politico nazionale. Quando si vota per scegliere un sindaco o un governatore si ragiona infatti in modo diverso da quando si è chiamati a decidere il governo del Paese.
Ma bisogna considerare che quando si ragiona in questo modo si commette un errore di metodo: ci si concentra sulla parte trascurando il tutto che la contiene. Se è vero che il voto delle singole città produce effetti e conseguenze solo in quel particolare ambito territoriale, è anche vero che una consultazione che chiama alle urne milioni di cittadini, da Nord a Sud, inevitabilmente rappresenta un sondaggio attendibile sugli umori e gli orientamenti di questi ultimi.

Anche perché - terzo elemento da considerare - non è per niente vero, per il fatto di votare per il rinnovo di un’amministrazione locale, che gli elettori si facciano guidare solo da motivazioni e calcoli a loro volta localistici. Alcuni lo fanno, altri no. Ma la cosa più probabile è che nella scelta di votare per un candidato o un partito le ragioni generali e quelle particolari si mescolino tra di loro, secondo una miscela difficile da predefinire. Quello amministrativo lo potremmo definire un voto politicamente strabico. Con un occhio si guarda certamente ai candidati locali.

 
Alla ricerca di quello più affidabile (e magari più simpatico), di quello che meglio può curare i miei interessi di residente, che con più capacità si prenderà cura della manutenzione stradale, dello smaltimento dei rifiuti e del verde pubblico. Ma con l’altro si guarda al centro: alle scadenze politiche nazionali che ci aspettano (in questo caso rappresentate dal referendum costituzionale di ottobre) e ai leader politici dei diversi schieramenti (quelli che ci piacciono e quelli che avversiamo).

Se ciò è vero, qualche riflessione conviene farla sugli effetti di sistema che i ballottaggi di domenica prossima potrebbero determinare o anche solo far intravvedere come possibile linea di tendenza. Si vota dopotutto in città – Roma, Milano, Torino, Napoli – che sono in assoluto le più rappresentative e importanti del nostro Paese. Effetti che non riguardano, come banalmente si sostiene, la tenuta o meno del governo o il futuro politico personale di Matteo Renzi. Ma appunto il modo in cui potrebbero evolvere nell’immediato futuro gli equilibri tra le forze politiche e le dinamiche che governano i loro rapporti.

Si dice che il nostro sistema partitico abbia assunto ormai, dopo l’entrata massiccia in Parlamento del M5S, un assetto stabilmente tripolare. Ma continueremo a dire la stessa cosa se domenica prossima il centrodestra non riuscirà a conquistare Milano? La sconfitta del candidato berlusconiano Stefano Parisi (magari nel mentre i grillini conquistano il Campidoglio) probabilmente innescherebbe una crisi irreversibile in quell’area politica. L’ala moderata della coalizione già da un pezzo si è frammentata e divisa nelle aule parlamentari e sul territorio: un Berlusconi sconfitto e per di più convalescente difficilmente potrebbe sperare di riaggregarla intorno alla sua persona.

Per l’ala populista, facente capo a Salvini e la Meloni, un insuccesso a Milano, specie dopo quel che è accaduto a Roma, li confermerebbe invece nell’idea che è giunto il momento di mettersi in proprio e di separare i propri destini da quelli del Cavaliere. E magari di guardare ad altre possibili alleanze o intese: aver esplicitamente invitato i propri elettori a sostenere – a partire dalle piazze romana e torinese – i candidati grillini probabilmente già prefigura la volontà di chiudere con l’esperienza di un centrodestra a guida moderata vagheggiato da Berlusconi per guardare ad altre possibili e più politicamente omogenee aggregazioni. Come appunto quella con la galassia grillina. Ragionamento opposto, naturalmente, se invece Parisi vincesse a Milano. In questo caso, il centrodestra potrebbe ripartire proprio da Milano per la sua riorganizzazione, anche su scala nazionale.

Viviamo in un’Italia tripolare, si dice. Ma appunto queste elezioni saranno un test interessante per valutare quanto ciò sia vero anche nella realtà del governo locale, quanto i tre blocchi che esistono in Parlamento dopo il voto del 2013 abbiano poi una loro forza effettiva a livello territoriale. E se da una rappresentazione tripolare dovessimo passare, dopo questo voto, ad una configurazione più tradizionalmente bipolare, sarà interessante capire se come avversario potenziale, in vista delle future elezioni politiche, il Partito democratico guidato da Renzi avrà un centrodestra rivitalizzato da un non impossibile successo milanese o un grillismo reso potenzialmente inarrestabile da un eventuale trionfo romano (e magari persino torinese).

Così come sarà interessante capire, in vista dello scontro referendario di ottobre, se a guidare ed egemonizzare il già assai variegato fronte del No contro Renzi e il suo governo ci saranno Grillo e i suoi da soli o anche il centrodestra e con quale assetto. Il voto amministrativo di domenica prossima, oltre a determinare elezioni dei nuovi sindaci, potrebbe insomma incidere, in modo significativo, sulla geometria politica italiana e persino, a certe condizioni, sul sistema delle future alleanze tra partiti. Ragione di più per seguirne con attenzione gli esiti e i risultati

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