Rischio ingovernabilità, il peso del populismo

di Biagio de Giovanni
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Venerdì 2 Marzo 2018, 00:45

In vista del 4 marzo è insufficiente metter l’accento quasi soltanto sulla ingovernabilità che si prospetta, sul luogo comune: non ci saranno i numeri per governare. Dappertutto questo è diventato un dato condiviso, perfino nella grande Germania, e si cercano soluzioni. Il fatto è che in Italia questa ingovernabilità può prendere forme particolari ed è su di esse che intendo riflettere. 

Qual è allora il carattere specifico di un possibile, e per ora previsto, risultato delle elezioni? Questo articolo analizza, dunque, un futuro ipotetico. L’ipotesi è quella di un radicale mutamento dello scenario politico attuale, ma soprattutto del mutamento generale della sensibilità di un popolo, e voglio dire del modo di sentire il mondo e la realtà, ed è questo l’aspetto che più colpisce. Si può dire: il popolo avrà le sue ragioni, e di sicuro su di esse si dovrà lavorare e capire, anche se la mia convinzione è che, accanto alle ragioni, si va sviluppando un terreno dove la psicologia delle folle, nel quadro della caduta di ogni mediazione, si espande e si avventa su tutto ciò che conferma, o sembra confermare, ciò di cui essa è già convinta, in uno spazio pubblico dove notizie e contronotizie si affollano e si allargano oltre ogni ragionevole conferma o smentita.

Ma non val la pena insistere su un tema avvertito da molti, che fa classificare questa campagna elettorale come la peggiore vissuta nella storia della Repubblica. 
Bisogna entrare nel merito per cercar di capire che cosa stia accadendo. Giorgia Meloni incontra Orban, il “capo politico” dell’Ungheria, come viene spontaneo dire da noi, e tornando in Italia dichiara: dobbiamo seguire il suo esempio, muri su muri, e l’Unione Europea «com’è» vada a farsi benedire. L’Italia faccia come Visegrad, si collochi dove stanno i Paesi ex-comunisti, dove la democrazia non voglio dire che sia una vuota parola, ma ha certo determinate inclinazioni che nel loro insieme non sono proprio un modello da imitare. 

Dunque, lontani da Francia e da Germania, vicini a Varsavia e a Budapest. A me pare un ottimo consiglio per sfasciare tutto. In quello stesso fronte politico (difficile chiamarlo “coalizione”) stanno insieme gli eredi dichiarati di Le Pen e gli amici dichiarati di Angela Merkel, populisti e popolari europei. C’è poco da dire, fantasia senza limiti di una vicenda che sembra aver perduto le coordinate della ragionevolezza politica: i contrarii seduti sulla stessa poltrona in uno scontro a chi occupa più spazio, non si è mai visto, fin quando insieme? 
Ma non finisce qui. A destra uno squillo di tromba, a sinistra uno squillo risponde, e non do alle parole destra e sinistra nessun significato politico. Ora che cosa squilla “a sinistra”? Un ipotetico ministro dello sviluppo economico del Movimento di Grillo (mai dimenticare l’inventore) auspicò, qualche anno fa, dunque –si dice- cosa passata, il boicottaggio politico-diplomatico di Israele. Il capo politico dichiara ancora auspicabile un referendum sull’euro, nel cui sistema siamo entrati, come uno di loro disse, “sull’onda delle menzogne del centro-sinistra”; un referendum costituzionalmente impossibile, ma che importa questo?, tanto la costituzione può esser letta in mille modi, in fondo è un pezzo di carta, può esser letta, perfino, come una Carta che consente il vincolo di mandato, non vieta i vincoli obbligati dati ai parlamentari da una Associazione privata, altra autrice di tutto. Si annuncia il disprezzo della democrazia rappresentativa, e si presenta una sorprendente, e francamente anonima, lista di ministri inviata al Presidente della repubblica prima del voto. Tanto per occupare il primo posto, come si faceva un tempo nella corsa per i simboli di partito nelle schede elettorali. 

Continuo a riflettere su una ipotesi. Le entità citate, quelle populiste, ove mai dovessero raccogliere all’incirca la metà dei voti, stanno a indicare uno sconvolgente effetto di sistema. Subito Il commento ovvio: è la democrazia (e non aggiungo: bellezza!), ma questa volta non ci si può fermare qui, e bisogna provare a capire le ragioni e le emozioni che potrebbero spingere un pezzo di società ad alterare la propria fisionomia profonda, a mettere in discussione la propria collocazione storico-culturale, perfino aspetti della propria consolidata collocazione internazionale, a rovesciare sull’Europa un malcontento che stravolge ogni sforzo e ogni merito. E’ indubbio che nel mondo stia accadendo qualcosa di profondo, che chiamo da tempo crisi politica della globalizzazione, formula però astratta, lontana dai terreni di malcontento che si vanno diffondendo. Però, nella realtà, quella crisi è l’orizzonte in cui tutto accade: essa va incidendo, con la velocità della luce, sulla mente collettiva delle società, non solo di quella italiana, e quando giunge alla base di tutto d’improvviso si semplifica, e individua il mostro nel “sistema”, e ogni cosa diventa sistema, in una confusione generale, qui da noi particolarmente evidente: dall’Europa alla prescrizione dei reati, dalla presunzione di innocenza alla competenza, giudicata un ostacolo all’azione politica, alla scienza come complotto, alle parole della ragione ragionante che prova a distinguere nella complicata struttura della realtà, e a muoversi sulla base delle distinzioni, il tratto proprio del discorso umano. 

Proprio la parola deve tornare ad agire, non per rinchiudersi nella nostalgia del passato, che sarebbe il peggiore errore, ma per cogliere le ragioni di quella drammatica semplificazione di tutto che oscura l’intelligenza collettiva. Il fatto è che queste parole sono diventate deboli. Piene di squarci, di vuoti che la cultura anzitutto dovrà riempire, giacchè senza di essa l’accavallarsi dei fatti resta muto, sfiancato dall’insorgere delle emozioni e dalla vitalità di mondi che non trovano la propria forma. Si apre, forse, un periodo di lotta, e cresce il ruolo della parola che va ricostruita dal fondo. Qui non si può dire di più, se non indicare una via.

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