L’elezione dei giudici/ La paralisi sulla Consulta nella crisi del Parlamento

di Alessandro Campi
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Mercoledì 2 Dicembre 2015, 23:46

La mancata elezione a Camere riunite dei tre membri mancanti della Consulta d’estrazione politica (anche ieri sera c’è stata una fumata nera: la trentesima nell’arco di un anno e mezzo) è una questione che sollecita, a questo punto, interrogativi e dubbi piuttosto seri sulla qualità della democrazia italiana, sul corretto funzionamento dei suoi meccanismi istituzionali e sui cambiamenti profondi che l’hanno investita. Non è, come potrebbe sembrare a prima vista, un semplice episodio di malcostume politico o la prova (l’ennesima) della inadeguatezza a svolgere il proprio ruolo da parte dei nostri parlamentari, molti dei quali avventizi della politica o poco più che affaristi. Che è poi quello che pensa - non senza ragioni - parte significativa (e crescente) dell’opinione pubblica nazionale.

L’incapacità delle forze politiche a trovare un accordo, dopo così tanti mesi e tante inutili votazioni che hanno contribuito non poco a rallentare i lavori parlamentari, sembra indicare qualcosa di più e di diverso che una semplice mancanza di senso della responsabilità o una forma di scarso rispetto nei confronti degli equilibri costituzionali e del sistema di regole che sorreggono lo Stato repubblicano. C’è qualcosa di più e di diverso alla base di ciò che sta accadendo nella vita politica italiana ormai da diversi anni e che appunto spiega questa perdurante paralisi parlamentare.


Si tratta di un deficit manifesto e perdurante di cultura istituzionale (che si traduce nell’incapacità a darsi un fondamento comune e regole condivise a partire da posizioni politiche divergenti, come in democrazia dovrebbe essere normale) che si è andato sommando alla crisi sempre più profonda delle strutture di rappresentanza (il che significa avere oggi un Parlamento che non è più un luogo di composizione degli interessi sociali organizzati, ma un’arena anarchica dove spesso si opera in modo poco trasparente e sulla base di interessi extra-politici). In questa impasse qualcuno ha in realtà voluto vedere come un disegno perverso e perseguito con maligna determinazione.

L’insinuazione del costituzionalista Michele Ainis (espressa ieri sulle colonne del Corriere della Sera) è che ci sia una frazione del nostro ceto politico, a ben vedere tutt’altro che sprovveduto o allo sbando, intenzionata a depotenziare ovvero a delegittimare la Corte Costituzionale. Quest’ultima viene infatti accusata, nemmeno troppo sotto voce, d’essere diventata ormai un vero e proprio intralcio con le sue sentenze sempre più sgradite sia alle forze politiche di governo che a quelle d’opposizione. Non nominare scientemente i tre giudici mancanti di competenza diretta della politica, sarebbe per quest’ultima un modo dunque per azzoppare l’operato della Consulta, della cui azione di “garante” e interprete in ultima istanza del dettato costituzionale alcuni farebbero volentieri a meno.

Da qui la provocatoria proposta di Ainis, per evitare che questo progetto politicamente criminogeno si compia, di nominare i tre membri mancanti ricorrendo al meccanismo del sorteggio. C’è indubbiamente del vero in questa ricostruzione. Tutto ciò che suona come potere neutrale e arbitrale, o per meglio dire come potere di controllo e verifica, risulta in effetti fastidioso per una classe politica che sembra inclinare sempre più alla discrezionalità e che, in certe sue espressioni, tende a considerare persino il voto popolare alla stregua di un fastidioso rituale. L’esperienza prolungata dei governi tecnici, sottratti per definizione alla volontà degli elettori, ha purtroppo gettato un cattivo seme nella democrazia italiana.

Ma nel caso di quest’ultima ciò che sembra emergere come reale problema è, come accennato, la profonda trasformazione che nel corso degli anni ha investito le sue istituzioni elettivo-rappresentative, a partire dal Parlamento nazionale. Quest’ultimo - da quando i partiti politici si sono trasformati in sigle elettorali al servizio esclusivo di questo o quel leader, senza più radicamento territoriale - ha smesso di essere un luogo di mediazione e confronto. Non è più l’arena all’interno della quale le forze sociali cercavano, attraverso i loro rappresentanti politici, di far valere le proprie istanze secondo una logica inevitabilmente fondata sulla mediazione degli interessi. Ma non basta. Il Parlamento, rispetto a quella che era una sua storica funzione, legifera sempre meno, essendo questo compito ormai delegato in gran parte all’organo esecutivo.

Non è più nemmeno la struttura politica di controllo sull’operato del governo, che era un’altra delle sue storiche competenze. Da un lato sembra essere saltata al suo interno la chiara distinzione tra maggioranza e minoranza: oggi assistiamo spesso a pratiche parlamentari all’insegna del trasversalismo e di una sospetta convergenza tra le forze politiche. Dall’altro, chi opera all’opposizione lo fa secondo logiche distruttive, polemiche e demagogiche, ricorrendo ad un linguaggio e uno stile che poco hanno a che fare con la tradizione del parlamentarismo e che tendono a presentare qualunque compromesso o accordo alla stregua di un “inciucio” perpetrato a danno dei cittadini onesti. Con la crisi dei partiti il Parlamento non opera più da specchio della società nelle sue complesse articolazioni. E a causa del discredito popolare che grava sui suoi membri non assolve nemmeno quel ruolo simbolico di rappresentanza della nazione e del corpo politico che ha avuto nel passato.

Che un organismo politico così ridotto non riesca ad eleggere nemmeno tre giudici della Consulta ci sembra, a questo punto, davvero il problema minore. Quello maggiore essendo rappresentato, dal punto di vista politico-costituzionale, dalla tensione sempre più forte che esiste tra l’assetto formale della nostra democrazia, che è ancora di tipo rappresentativo-parlamentare, ma ormai basata su strutture ed equilibri sempre più fragili (partiti inesistenti, organi di controllo delegittimati o privati del loro potere, dequalificazione del personale politico-parlamentare, ecc.) e la sua evoluzione de facto verso un modello di stampo personalistico-plebiscitario. Si tratta di capire, se questo è realmente il quadro, quanto questa tensione potrà durare prima che si arrivi all’inevitabile punto di rottura.