Pinotti: «Libia, Italia protagonista, priorità il nuovo governo. I raid sono l'ultima ratio»

Martedì 23 Febbraio 2016 di Marco Ventura
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Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti

Droni americani autorizzati a partire da basi italiane. Lo scrive il “Wall Street Journal” e il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, conferma. «La base di Sigonella è utilizzata dagli Stati Uniti secondo un trattato che risale al 1951. Ogni volta che si configurano assetti nuovi, parte una richiesta. Nulla di strano. C’è stato bisogno di una serie di interlocuzioni, perché l’Italia dev’essere coinvolta con un ruolo di leadership e di coordinamento in una strategia di sicurezza complessiva rispetto alla Libia».

Che cosa abbiamo ottenuto alla fine?
«Una richiesta puntuale degli americani al nostro governo tutte le volte che dev’essere utilizzato un mezzo in partenza da Sigonella. Contrattazione significa che abbiamo voluto chiarire il ruolo di protagonista dell’Italia in una strategia condivisa di lotta al terrorismo e stabilizzazione della Libia. Noi non siamo solo un paese che ospita. I droni armati americani sono pensati non solo in funzione della Libia, ma per la protezione degli assetti e del personale americano in tutta l’area. Non è una decisione legata a un’accelerazione sulla Libia. Il rapporto con gli Usa è molto forte. Quando il presidente Mattarella è andato a Washington, c’è stato da parte di Obama lo stesso linguaggio sulle modalità di intervento in Libia e sulla necessità che non vi siano fughe in avanti non coordinate».
 
Più volte si è detto che la Francia avrebbe agito per conto suo…
«C’è rispetto, ogni tanto vengono annunciate fughe in avanti che di fatto non ho mai visto. In tutti i consessi internazionali viene sempre chiesto all’Italia di riferire sulla Libia. A Parigi come a Bruxelles».

Sembra già di sentire le proteste di quanti diranno che concedendo l’uso delle basi per i droni americani siamo entrati in guerra senza dirlo…
«Finora i droni non sono mai partiti e non c’è stata alcuna richiesta in merito. Si vuole mandare a carte quarantotto il trattato del ’51? Nessuno tiene all’oscuro il Parlamento, qui le prerogative parlamentari non entrano. A Sigonella ci sono diversi assetti degli americani, stabili o no, per mettere in sicurezza le loro ambasciate, il personale… Nessuna decisione operativa è stata presa finora. Se ci fosse la necessità ce lo direbbero. Non solo, ma dovrebbero discutere con noi la strategia complessiva. E non mi aspetto richieste che escano dalla strategia condivisa: gli obiettivi devono essere coerenti».

Ma il Parlamento prima o poi sarà coinvolto?
«Questo governo ha sempre portato in Parlamento tutte le decisioni che riguardano l’impiego delle forze armate, due volte l’anno con i decreti sulle missioni e il dettaglio anche dei rapporti bilaterali. L’uso delle basi americane non sta nel decreto missioni perché non c’è alcuna missione in partenza. Se si dovesse decidere una missione in Libia lo chiederemmo al Parlamento. Ma ad oggi non è prevista».

Mentre non decidiamo, però, l’Isis si rafforza?
«Movimenti più consistenti dell’Isis sulla Libia ci sono stati segnalati negli ultimi mesi, l’accelerazione non è di ora. Con le sconfitte militari in Iraq e in Siria, lo spostamento di miliziani verso la Libia e l’idea delle “menti” del terrorismo di trovare una ricollocazione erano monitorati da tempo. Ma è sbagliato dire che la Libia è sotto controllo dell’Isis. Gli stessi libici non si sottomettono a Daesh. Siamo preoccupati, certo, ma dallo scorso marzo abbiamo nel Mediterraneo una missione, Mare Sicuro, che ha tra i suoi obiettivi l’antiterrorismo, il monitoraggio di tutto ciò che si muove e che può costituire una minaccia terroristica. Ci siamo preparati per tempo a osservare ciò che avviene, non solo attraverso l’intelligence ma con visioni dall’alto e con ciò che possono rilevare navi e sommergibili».

La Libia è un obiettivo del Daesh?
«I protagonisti della politica libica, pur nelle loro diverse configurazioni, hanno questo elemento che li unisce: il contrasto all’Isis. Per questo ci auguriamo che lo stallo di questi giorni sulla formazione del governo di unità nazionale possa essere quanto prima superato. E se alla fine non si arrivasse all’accordo, potrebbero esserci solo azioni puntuali come quella americana a Sabratha, ma nella cornice di una coalizione. Gli Stati Uniti hanno spiegato ragioni e obiettivi dell’intervento. In prospettiva deve valere il modello Iraq: agire attraverso le forze locali. Una operazione di largo respiro senza un accordo dei libici sarebbe mobiliterebbe i sentimenti che costituiscono l’humus della propaganda dell’Isis».

Quanto possiamo aspettare ancora? L’Isis si sta rafforzando in Libia?
«Non direi. Ha subìto colpi notevoli. I miliziani sono 5-6mila, ma nessuno può contarli uno per uno. Sicuramente stanno arrivando dalla Tunisia, da altri paesi africani, dalla Siria: la gran parte dei morti nel raid americano non erano libici. Una strategia coordinata tra alleati e l’accordo dei libici sono la via maestra».

Difenderemo anche i lavori della Diga di Mosul, in Iraq, a pochi chilometri dal fronte con il Califfato?
«Spero che per quando partiranno i nostri militari, in primavera, dopo una decisione probabilmente in aprile e la consegna del cantiere, la prima linea sarà un po’ più lontana. L’esercito iracheno e i peshmerga curdi vogliono fortemente riprendere Mosul. Prevediamo l’invio di 450-500 soldati per vigilare uno spazio ampio. Mandiamo sempre i nostri militari con gli assetti necessari per difendersi, quindi avremo anche gli elicotteri per il soccorso e il salvataggio di uomini eventualmente feriti. Anche l’invio di questi militari sarà preceduto da un passaggio parlamentare».

La Nato in due giorni ha accolto la richiesta tedesca e turca di vigilare sui flussi migratori nell’Egeo…
«Questi problemi non li scopriamo ora, da due anni l’Italia li affrontava, anche da sola. Poi siamo riusciti a coinvolgere l’Europa nella missione contro gli scafisti di cui abbiamo il comando con la nave Cavour. Saluto positivamente l’impegno della Nato nell’Egeo, chiedo che sia coordinato con EunavForMed e sia così definitivamente superato il veto su possibili interventi della Nato in scenari migratori. La missione anti-terrorismo Nato nel Mediterraneo, Active Endeavour, dovrebbe avvicinarsi di più alle coste libiche, nelle acque prospicienti».

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