La svolta/La Capitale nuova frontiera del civismo

Venerdì 29 Aprile 2016 di Mario Ajello
Quando tutti avevano perso la speranza, Silvio Berlusconi ha fatto il suo gran gesto. In tanti avevano dubitato che Roma fosse in cima alle attenzioni dell’ex premier e invece questa sua scelta in favore della candidatura civica di Alfio Marchini rimette la Capitale al centro della scena politica nazionale. Si è voluto far prevalere l’interesse della città, che diventa così teatro di proposte e di programmi rivolti a migliorarla, piuttosto che le logiche di fazione e le faide partitiche distanti anni luce dai bisogni e dalle aspettative di buon governo che i cittadini pretendono, dopo il collasso amministrativo di questi anni. 

Del resto Berlusconi, prima che i veti degli alleati la inibissero e che si scatenasse l’indecoroso balletto delle candidature divisive e auto-referenziali, aveva fatto notare che una scelta civica su Marchini sarebbe stata la più lineare e la più adatta per una fase di ricostruzione generale della politica a Roma e per l’inizio di un ripensamento su scala nazionale di quelli che devono essere i compiti e i progetti delle classi dirigenti.

Il civismo politico, su cui Berlusconi ha deciso di puntare, scegliendo una posizione da padre nobile e smentendo chi lo dava ormai in sonno quanto a capacità di innovazione, può fungere infatti da sferzata nei confronti delle élites professionali e culturali che si sono rivelate indifferenti o apatiche nella fase in cui Roma, sprofondata nella politica marcia, aveva più bisogno di loro. 
Oltretutto questo civismo politico è una frontiera sempre più frequentata. A Milano infatti sia la sinistra sia la destra hanno capito l’importanza di questa risorsa, e hanno puntato su due profili di candidati, molto simili, che sono i manager Sala e Parisi. E pensare che, un anno fa, volteggiava solo una rondine che non sembrava poter fare primavera. Ossia Luigi Brugnaro, l’imprenditore veneziano non proveniente da sezioni o da circoli o da conventicole di partito il quale, con la sua lista e con l’appoggio di un centrodestra sfiancato in quella città e altrove, è diventato sindaco. Proprio pensando alla sua esperienza di successo, viene da dire che l’importante adesso, a Roma, è che gli egoismi di partito non prevalgano e che magari le divisioni nel centro-destra si possano ricomporre. Come già sta accadendo nel caso di Storace e di Fini che hanno ben accolto la scelta su Marchini e hanno deciso di appoggiarlo. Nel caso veneziano, la Lega e Fratelli d’Italia parteciparono al voto con due candidati sindaci diversi. Poi furono decisivi nell’appoggiare al ballottaggio Brugnaro, promosso da Forza Italia e da Area Popolare. 
 
Questa ricucitura potrà ripetersi, su scala ovviamente maggiore, nel caso della Capitale? Di sicuro, a prescindere dagli schieramenti, la politica per ristabilire il rapporto con i cittadini sempre più sfiduciati o indignati a causa delle malefatte dei ceti dirigenti (si veda Mafia Capitale) dovrebbe sforzarsi di allargare il suo campo, interagire con esperienze diverse, farsi contaminare da proposte nuove liberandosi da arcaici bisticci e da casacche usurate.
Probabilmente Berlusconi non è mai stato un cultore dei libri di Pierre Rosanvallon. Ma è come se inconsapevolmente avesse sposato la teoria del politologo francese. Quella secondo cui il civismo è tallonamento critico dei partiti. Non un’alternativa ad essi, ma uno strumento di sinergia per aiutarli a rigenerarsi e ad adattarsi ai nuovi bisogni della società. Il ricorso al civismo politico, a questa novità che ha anche i suoi limiti, naturalmente potrebbe essere un semplice atto di cosmesi. Sotto il quale il leader del centrodestra potrebbe cercare di nascondere la crisi profonda in corso nel suo partito. La sfida è smentire questo tipo di sospetto. 

Il civismo è una fenomenologia politica in cui si salva l’uomo del fare, ma lo si libera dai lacci rivelatisi paralizzanti del partito azienda e lo si proietta oltre le reti partitiche, stabilendo un nuovo contatto e un nuovo rapporto con le forze vitali della società. Un’evoluzione, questa, più al passo dei tempi, potenzialmente più capace di parlare all’area ormai enorme del non voto e che significa scoprire, accompagnare, valorizzare, riconoscere personalità vincenti emerse dalla trincea del lavoro e da realtà associative dinamiche. 
Soltanto uno scatto d’innovazione forte e la riscoperta del buon senso pragmatico, come nuova politica non degli ottimati ma dei cittadini, possono restituire a Roma e ai romani la speranza che la lunga notte della vergogna sia finita.
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