Analisi di un conflitto/Quelle verità non dette e la sconfitta in agguato

Sabato 14 Luglio 2018 di Carlo Nordio
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Per capire chi ha ragione e chi ha torto nel formidabile pasticcio della nave Diciotti, occorrerebbe rispondere a una domanda che attualmente è senza risposta. Ma in attesa che la risposta arrivi, ammesso che arrivi, possiamo trarre alcune conclusioni provvisorie. Innanzitutto la domanda: cosa accadde realmente a bordo della nave Vos Thalassa? Riassumiamo brevemente. Questo rimorchiatore, battente bandiera italiana, si trovava in prossimità delle coste libiche, quando ha dovuto imbarcare sessantasette naufraghi. 

Che questo “naufragio”, come quasi tutti gli altri, fosse preordinato dalle cosche criminali che traghettano i migranti, è questione politica ed etica che qui non ci interessa. Ci interessa ribadire che, secondo le leggi del mare, la Vos non poteva fare altrimenti. Il rimorchiatore ha puntato, com’era ovvio, sulla costa più vicina, cioè quella libica, assistito, pare, dalla locale guardia costiera. A questo punto le versioni divergono.

Il comandante del rimorchiatore ha lanciato un Sos perché alcuni imbarcati lo avrebbero minacciato di morte se non li avesse portati in Italia, e ha dovuto ubbidire: ha puntato verso le nostre coste finché è arrivata la “Diciotti” della Guardia Costiera che ha preso a bordo i naufraghi. 

Senonché, in un momento successivo, il comandante della “Vos Thalassa” avrebbe minimizzato l’accaduto, affermando che non c’era stato dirottamento né violenza fisica. Avrebbe però ribadito di aver ricevuto minacce di morte, e così pare risulti dalle prime richieste di soccorso. Ora, da un punto di vista giuridico, che vi sia stata violenza fisica o morale cambia poco, anzi non cambia nulla. Se così fosse stato, gli autori del reato avrebbero potuto esser arrestati appena imbarcati sulla “Diciotti”, nella flagranza di gravi reati. Tuttavia, la competente Procura si è limitata a spedire un’informazione di garanzia, il che significa che le versioni raccolte, non sappiamo quante e da chi, non consentivano l’arresto. La risposta, come dicevamo, arriverà dalla magistratura: ci auguriamo che arrivi presto, e in modo chiaro. 

In questo garbuglio di incertezze si sono innestati i nostri conflitti di competenze. Il Ministro dell’Interno, che può impedire l’attracco per motivi di ordine pubblico, ha preteso che gli autori del reato scendessero in manette. La risposta corale è che stava usurpando le funzioni della magistratura. Non è proprio così. La polizia giudiziaria può benissimo, e talvolta deve, arrestare di propria iniziativa il colpevole di reato colto in flagranza, salvo chiedere, dopo, la convalida al magistrato. Quindi il problema non era di diritto, ma di fatto: accertare se, e da chi, a bordo della “Vos”, battente bandiera italiana e in acque internazionali, fosse stato commesso un reato che consentisse l’arresto in flagranza. Domanda, come abbiamo detto, per ora senza risposta. A complicare le cose i ministri della Difesa e quello dei Trasporti, hanno suggerito soluzioni diverse da quella del ministro Salvini. Intanto la nave aspettava al largo, finché lo stesso premier Conte ha autorizzato lo sbarco. Lo ha fatto su ordine di Mattarella? Certamente no. È quasi banale dire che il Presidente della Repubblica non può ordinare niente del genere a nessuno. Ma è possibile, e assai probabile, che lo abbia fatto perché lo stesso Presidente gli ha prospettato l’insostenibilità di quella situazione di stallo, che richiedeva, proprio perché esprimeva un conflitto tra dicasteri, l’intervento del Capo del governo. Rituale o no, crediamo che Mattarella non potesse fare altrimenti.

Tutto questo ci porta alla domanda finale. Che fare per il futuro? Prima di tutto guardare la situazione com’è. Sulle coste libiche premono migliaia di migranti in mano agli scafisti che modulano la tattica, e anche la strategia, a seconda della nostre reazioni. Hanno imparato a mettere a bordo di ogni gommone o barcone in partenza qualche donna e qualche bambino per intenerire i nostri cuori, e hanno istruito i caporioni a ribellarsi, una volta “salvati”, se la nave non li porta dove vogliono loro. Con l’Europa siamo ancora in alto mare (è il caso di dirlo) perché ogni Paese va per conto suo, e non esistono ancora accordi concreti. Se a queste divisioni dei vicini aggiungiamo quella dei nostri ministri, possiamo sin d’ora arrenderci agli scafisti e aspettarci un’invasione generalizzata, resa più duratura, e anche più dolorosa, dalla constatazione del nostro fallimento.

L’intervento del Capo dello Stato ha per ora certificato queste difficoltà interne, ma ha trovato una soluzione dignitosa: possiamo sempre dire che anche stavolta lo abbiamo fatto per carità cristiana. Ma un domani non sarà più così. Domani potremmo solo ammettere la nostra sconfitta e la nostra umiliazione.
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