Mafia, la carriera del boss dei boss da Corleone al 41bis

Venerdì 17 Novembre 2017 di Valentina Errante
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È morto da boss. Da vero capo, quello che ha continuato ad essere per Cosa nostra ino alla fine. Nonostante l'arresto e 24 anni di carcere duro. Totò Riina, classe 1930, ha smesso di vivere questa notte, nel reparto riservato ai detenuti dell'ospedale di Parma. Con sé ha portato via i segreti che hanno segnato la storia d'Italia e trasformato Cosa nostra anche in un'organizzazione terroristica. Ventisei ergastoli per una carriera criminale cominciata ad appena diciotto anni, quando viene accusato dell'omicidio di un coetaneo. La prima condanna è a dodici anni di carcere, ma, per ventiquattro, Totò 'u curtu vivrà da latitante senza mai lasciare la Sicilia. E' solo uno dei tanti misteri, come quelli dell'arresto, dei rapporti con la politica, della strategia stragista, dell'accordo con lo Stato.

La carriera criminale
La carriera criminale comincia a Corleone a fianco del boss Luciano Liggio, pronto a prendere il posto del capo mafia di zona Michele Navarra, i suoi picciotti sterminano il clan rivale. È la fine degli anni '50. Nel '63 Riina torna in carcere, viene fermato da una pattuglia con un documento rubato e una pistola. Nel 69 è libero, ma viene condannato al confino. E allora che sceglie la latitanza. Durerà fino al 1993. Una scia di sangue segna sua in Cosa nostra. Nel '63 con Bernardo Provenzano uccide il boss Michele Cavataio e altri quattro uomini d'onore. Passerà alle cronache come “La strage di viale Lazio”. Due anni dopo è lui a premere il grillletto e fare fuoco contro il procuratore Pietro Scaglione. Poi i primi omicidi politici: il segretario della Dc siciliana Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Con l'arresto di Liggio diventa un capo: siede accanto a don Tano Badalamenti e a Stefano Bontade.

La seconda guerra di mafia
La vera ascesa, che lo porterà ad essere il capo indiscusso di Cosa Nostra, è la seconda guerra di Mafia. I “viddani” di Corleone puntano al potere assoluto e programmano il sistematico sterminio dei rivali di città. La conquista del comando comincia a colpi di lupare bianche. Uno per uno vengono uccisi tutti . Il 23 aprile dell'81 tocca aStefano Bontande, "il principe di Villagrazia", che controllava i traffici della Cosa nostra palermitana e frequentava i salotti buoni. Diciotto giorni dopo a cadere è il suo alleato Totuccio Inzerillo, poi il figlio e il fratello. I superstiti della famiglia fuggono negli Usa, il patto per avere salva la vita è che non facciano mai più ritorno in Sicilia. Sono “gli scappati”. La strage continua. Il giornale L'Ora di Palermo, ogni giorno, pubblica un numero in prima pagina: è il conto dei morti, sono centinaia.La cifra tra il '78 e l'84, rimane imprecisata, oscillano tra 400 e 1000. Le famiglie delle vittime di lupara bianca non denunciano la scomparsa dei parenti.

Il maxi processo
E' in quegli anni che Tommaso Buscetta comincia a parlare. “La belva” , così l'ex sinddaco di Palermo Vito Ciancimino, referente di Cosa Nostra chiama Riina, viene individuato come “il capo”. Le rivelazioni di Buscetta, che ha subito l'omicidio dei figli e di 11 parenti, disegnano il nuovo assetto delle cosche. Si arriva così al Maxi processo: gli imputati sono 475, poi scesi a 460. E' il febbraio dell'86. Il primo grado si conclude nel dicembre dell'anno successivo: 19 ergastoli e pene detentive per 2.665 anni. Tra i condannati, in contumacia, all'ergastolo c'è anche Totò 'u curtu. Nel '92 le pene diventano definitive. Riina dichiara guerra allo Stato.

La stagione delle stragi
Il primo a cadere nella vendetta è Salvo Lima, uomo di Andreotti in Sicilia, è il 12 marzo del '92: non ha rispettato i patti, garantendo quanto Cosa Nostra si aspettava da lui. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'Italia è sconvolta. L'arresto “simbolo” del capo avviene pochi mesi dopo: il 15 gennaio del 1993, nel giorno in cui il nuovo procuratore Giancarlo Caselli si insedia a Palermo. La moglie, Ninetta Bagarella che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo.

La cattura
La famiglia Riina trascorre l'ultimo periodo di latitanza del boss nella villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. Dopo giorni di osservazione, i carabinieri lo ammanettano poco lontano da casa, ma nessuno perquisisce la villa, che verrà ripulita e addirittura imbiancata pochi giorni dopo. Il processo, che vedrà alla sbarra l'ex capo del Ros Mario Mori e l'allora capitano Ultimo per la mancata perquisizione del covo, si concluderà con l'assoluzione e una parte delle accuse cadranno in base alla legge Cirielli. L'ipotesi di favoreggiamento di Cosa Nostra, secondo il pm Antonio Ingroia, che chiede alla Corte di non condannare gli imputati, non sussiste. La decisione di non procedere alle perquisizioni è stata dettata da “ragioni di Stato”.
Secondo la versione ufficiale , Riina sarebbe stato consegnato dall'ex fedelissimo, Balduccio Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Andreotti. Ma sulla cattura del capo dei capi restano le ombre pesanti che dal 2012 portano sotto processo ancora una volta il boss,a fianco di ministri e uomini delle istituzioni, per la cosiddetta trattativa Stato-mafia. Riina avrebbe avuto, almeno inizialmente, un ruolo ma sarebbe stato il compaesano, Bernardo Provenzano, secondo i pentiti contrario all'attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio della sua libertà che durerà fino al 2006. Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 20:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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