Banalità del male/ Le vite allucinate di ragazzi normali

di Paolo Graldi
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Lunedì 7 Marzo 2016, 00:10

Bisogna scandagliare nel pozzo nero della banalità del male che racchiude in sé la follia omicida, per ciò stesso insensata e orribile. E invece è tutto vero quel che è accaduto in un appartamento al Collatino dove a Luca Varani hanno squarciato la vita trafiggendolo con due coltelli da cucina e finendolo a martellate. Due suoi amici, gli assassini. Un delitto che non sa neppure rintracciare un movente, che affida lo svolgimento di quella allucinante sequenza di morte agli effetti di alcol e cocaina: un trangugiare allucinazioni per due giorni, l’infinito dispiegarsi di un festino di fine settimana fra tre amici finito nel sangue.

«Non so perché lo abbiamo fatto», ha racchiuso nella formula infantile e delirante uno dei colpevoli. Quasi a voler dire: non è colpa nostra. Uno dei due, Manuel Foffo, 29 anni, studente fuoricorso di Giurisprudenza, era l’ospite. Figlio di ristoratori, gente che lavora sodo, che tira avanti senza sfarzi. No Manuel è diverso. Nei prossimi giorni il suo ritratto sarà più nitido e forse allora si capirà meglio che cos’è accaduto in quelle tragiche ore, sfociate nel delirio omicida al quale ha partecipato anche l’altro personaggio, Marco Prato, trent’anni sciupati da studi stentati e mediocri. Non è improbabile che la vittima, conosciuta da poco, più giovane, forse anche meno coinvolto nella scelta di annientarsi con alcol e cocaina, a un certo punto si sia ribellato, abbia tentato di chiudere all’improvviso quella esperienza che stava degenerando, perdendosi in una allucinazione infinita. Luca Varani, trovato nudo su un letto, il corpo inondato di sangue, forse voleva scappare da quella trappola, tutti e tre chiusi nell’appartamento di via Igino Giordani, al decimo piano.
 
Questi uomini, perché a trent’anni si è uomini belli e fatti, dovranno ritrovare la memoria, uno straccio di dignità e riportare l’accaduto a qualcosa di credibile, ancorché di orribile. Marco Prato dev’essersi reso conto della enormità del fatto, del peso insopportabile per quel gesto spiegabile soltanto con la perdita di ogni facoltà inibitoria: si è rinchiuso in una stanza d’albergo, nei pressi di piazza Bologna, non lontano da casa sua, e ha cercato di morire ingoiando barbiturici. Lo hanno salvato con una lavanda gastrica al “Pertini”, fuori pericolo ma non fuori dalle responsabilità che le indagini gli attribuiranno.

Gli esperti mettono in guardia dalla diffusione sempre più marcata di comportamenti violenti, che rispondono soltanto agli schemi della allarmante perdita di riferimenti normali. Il festino del venerdì sera, con davanti tutto il weekend per smaltirne gli effetti, è ormai una modalità consolidata negli ambienti più diversi, senza distinzione di ceto. Punte di violenza sanguinaria ci stanno segnalando l’estremo esito di fenomeni che penetrano profondamente anche nella nostra società.

L’uccisione a coltellate e a martellate di un amico ci rivela che la allucinazione omicida trova solo nella sua totale insensatezza la ragione del suo dispiegarsi. «Non so perché l’ho fatto» è un’ammissione di colpa che mette i brividi: la ragione è finita nel pozzo dell’orrore senza senso.

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